Il governo tedesco dimezza le tredicesime

Colpo di scena: il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, manovra la leva della politica monetaria. Con moderazione, ma in senso opposto alle richieste politiche per imprimere slancio alle economie di Eurolandia. È in vista per dicembre un sia pur modesto aumento dei tassi d'interesse ufficiali, fermi al 2 per cento dall'autunno del 2003.
Gli effetti si vedranno, ma la mossa è già stata anticipata dal mercato obbligazionario, con rendimenti in crescita sia sui Bot sia sui bond societari, mentre i Btp triennali sfiorano adesso il 3 per cento. L'impatto sui mutui casa a tasso variabile dovrebbe essere contenuto. Il cambio euro/dollaro è risalito a sfiorare 1,18 ed è comunque probabile che interrompa la sua discesa verso la parità 1=1. Il peso del debito pubblico renderà sempre più indispensabili altri sostanziali tagli nella spesa corrente.
Davanti alla piccola svolta rialzista della Bce diciamo però subito che interpretare il rigore monetario come una sconfitta delle «ragioni della politica» può essere, proprio per quest'ultima, un grave errore. Per la prima volta da cinque anni a questa parte dopo l'ultima stretta e dopo due anni e mezzo dall'ultima riduzione, la Bce farà crescere il costo del denaro di un quarto di punto, cioè dello 0,25, al 2,25 per cento. Poi, con gradualità, potrebbe arrivare al 2,75 entro la metà del 2006. Questo per tenere sotto controllo l'inflazione, che è alquanto al di sopra dell'obiettivo associato con la stabilità monetaria.
È vero che la preoccupazione dominante non è oggi l'inflazione, ma la crescita economica ed anzi, a breve temine, il consolidamento di una ripresa in atto. Una ripresa tuttavia così modesta da non corrispondere neanche lontanamente alle basilari esigenze di crescita strutturale che costituiscono il vero, preminente obiettivo della politica economica. D'altra parte, quel livello molto basso dei tassi d'interesse al 2 per cento, con un'inflazione europea che supera il 2,2, vuol dire in sostanza tassi reali negativi: che soltanto una depressione puramente ciclica potrebbe giustificare, se dipendesse appunto, soltanto, da un'insufficiente altezza della domanda. Ciò che invece non è, perché la nostra bassa crescita dipende piuttosto dalla perdita di competitività, soprattutto dai bassi incrementi di produttività e dagli insufficienti stimoli alla capacità di innovazione (ricerca, sviluppo e propensione al rischio imprenditoriale).
Si pensi che attualmente il tasso potenziale di crescita in Europa è stimato intorno all'1,8 per cento annuo, rispetto ad almeno il 3 per cento dell'economia americana: questo è il gap da colmare. La ripresa è finalmente avviata, ma è tardata a lungo anche con quel bassissimo livello dei tassi e, soprattutto, la crescita strutturale è ben inferiore a quella di cui abbiamo bisogno. Il timore, adesso, è che la ripresa stessa e la crescita fiacca possano essere strangolate da un rialzo dei tassi d'interesse.
Direttamente, certo, non saranno agevolate. Ma bisogna rendersi conto una volta per tutte che sia la ripresa attuale, sia la crescita potenziale dell'area euro non dipendono tanto dai tassi d'interesse ancora straordinariamente bassi, quanto dalla flessibilità delle sue strutture economiche e dalle sue istituzioni. La durata stessa della ripresa, accelerata nel terzo trimestre (mediamente al 2,6 per cento annuo), dipende in buona parte dal mercato del lavoro, per effetto di riforme già avviate o da fare: e proprio il caso dell'Italia è fra i più incoraggianti, con un aumento dell'occupazione che è stato in media dell'1,4 per cento negli ultimi sei anni e con un tasso di disoccupazione sceso da quasi il 12 per cento nel 1998 all'attuale 7,7.
Tutti i nostri mercati hanno bisogno di maggior flessibilità e, con una forza lavoro che si contrae mentre la popolazione invecchia, sotto l'onda d'urto della competizione globale, dobbiamo puntare su una vita attiva più lunga e, lo ripetiamo, su un più rapido aumento della produttività. Proprio perché è necessario arrivare a quel tasso di crescita del 2,5-3 per cento che né interessi troppo bassi, né tassi di cambio più favorevoli potrebbero elargirci. Che ne sarebbe poi se si dovesse controllare l'inflazione con strette più pesanti? Ma soprattutto chiediamoci che cosa accadrebbe delle nostre possibilità di crescita, che dipendono dalle riforme, se prevalessero i progetti di chi vorrebbe non soltanto riabbassare l'età della pensione e riaumentare le tasse, ma addirittura cancellare le riforme già attuate come la legge 30 «Biagi» («pacchetto Treu» compreso). Altro che aumento dei tassi dal 2 al 2,25 per cento!