Il governo Usa salva le banche e Wall Street dimentica la crisi

Le perdite saranno assorbite da un fondo statale, come hanno fatto durante i fallimenti bancari di 20 anni fa

da Milano

Non c’erano riuscite sei banche centrali, capitanate dalla Federal Reserve e dalla Bce, a riavviare il motore grippato delle Borse nonostante un intervento monstre da 247 miliardi di dollari. Ma quando ieri la giornata sembrava riproporre la solita cappa pesante ed ineliminabile fatta di ribassi degli indici, crolli dei titoli e timori sul futuro del sistema finanziario americano, è arrivato il colpo di scena finale: il governo americano, d’intesa con il numero uno della Fed Ben Bernanke, starebbe considerando l’ipotesi di creare una sorta di mega-paracadute per le banche in difficoltà, sul modello di quello utilizzato negli anni ’80 in seguito al fallimento di migliaia di istituti di credito. La notizia, data dalla Cnbc che ha citato come fonte il segretario al Tesoro, Henry Paulson, ha attraversato il corpo debilitato di Wall Street come una scossa benefica. Il Dow Jones, pochi minuti prima ancora incerto, ha accumulato in brevissimo tempo un guadagno di 400 punti, fermando poi le lancette in chiusura a più 3,8%. Non da meno il Nasdaq (più 4,8%), mentre lo Standard&Poor’s è salito del 4%. La possibile riproposizione di una formula sulla falsariga del Resolution Trust Corporation, ovvero l’agenzia creata oltre 20 anni fa per gestire la crisi in cui vennero a trovarsi circa 1.400 casse di risparmio statunitensi, potrebbe essere lo sforzo finale con cui l’America intende chiudere una delle partite economico-finanziarie più drammatiche della sua storia. Il meccanismo utilizzato dovrebbe infatti canalizzare in una sorta di bad company tutte le «scorie» che stanno avvelenando i bilanci delle principali istituzioni finanziarie a stelle e strisce. Una sorta di lavanderia autorizzata, in grado di ripulire i conti, rendere di nuovo presentabili le società oggi in seria difficoltà ed evitare, soprattutto, nuovi fallimenti. Gli analisti sottolineano infatti che Morgan Stanley non avrebbe a quel punto più urgenza di accasarsi per sopravvivere. La merchant bank, la sola con Goldman Sachs a essere rimasta indipendente dopo il fallimento di Lehman Brothers e il passaggio di Merrill Lynch sotto l’ala di Bank of America, sarebbe in «trattative avanzate» per una fusione con Wachovia, secondo alcune fonti interne. Bloomberg riporta invece contatti anche con il fondo sovrano cinese China Investment. Sta di fatto che per quasi l’intera seduta Morgan ha subìto perdite pesantissime, superiori al 20%, prima di chiudere in leggero rialzo (più 0,35%). In precedenza, la massiccia discesa in campo delle principali banche centrali non aveva sortito sui mercati l’esito sperato: la «febbre» dei tassi interbancari, il miglior termometro per misurare l’umore del settore creditizio, era infatti rimasta alta, con l’Euribor a una settimana arrampicatosi fino al 4,527 e quello a tre mesi più su, fino a sfiorare il 5%. Insomma, un’impasse terribile, apparentemente senza soluzione, che ha colpito anche le Borse europee. Quarta chiusura consecutiva in rosso, con la sola eccezione di Francoforte, sostanzialmente invariata, mentre Milano ha ceduto l’1,48%. Allo scopo di frenare le attività speculative, la Consob inglese ha deciso di vietare le vendite allo scoperto fino al 16 gennaio 2009. Negli Usa, prima della notizia del mega-piano di salvataggio, il procuratore generale dello Stato di New York, Andrew Cuomo, aveva annunciato l’intenzione di aprire un’inchiesta «a vasto raggio» sulle vendite allo scoperto dei titoli Lehman, Morgan e Aig. L’inchiesta vuole verificare se gli investitori abbiano diffuso voci negative e informazioni false per far calare il prezzo dei titoli. Infine, il possibile successore di Bush, John McCain intende, se eletto, licenziare il capo della Sec (la Consob Usa) per aver «trasformato Wall Street in un casinò».