Il governo volta le spalle a Israele

Lo status dei rapporti tra Israele e la sinistra è mutato. Il grande compianto per l'olocausto rendeva innocente Israele dal fatto di operare nel vicino Oriente con la forza. Ma era questa forza a determinare il sentimento che Israele era stato, sì, una vittima dei nazisti, ma era poi diventato una potenza con cui conveniva fare i conti proprio perché la sinistra italiana doveva allinearsi sull’asse che univa America e Israele: esso era la realtà del mondo occidentale in cui la sinistra voleva inserirsi.
Nel conflitto con gli hezbollah Israele ha perso. Il suo scopo era quello di impedire le azioni di guerra degli hezbollah nei confronti dei cittadini israeliani. Lo sforzo bellico con l'impegno diretto della fanteria ebraica a combattere corpo a corpo con la guerriglia musulmana era una scelta radicale, perché conduceva Israele a combattere con un popolo e non con uno Stato, cioè a una guerra asimmetrica. Finché esisteva lo Stato nel mondo islamico Israele aveva un nemico omogeneo a esso.
Non a caso lo Stato è nel mondo islamico il frutto della cultura occidentale, è una mimesi dell'Occidente imposta dagli Stati coloniali, che ne hanno disegnato anche i confini materiali, introducendo distinzioni tra Paese e Paese islamico, avendo a modello il concetto europeo di nazione.
Nel conflitto con gli hezbollah Israele ha avuto di fronte un nuovo nemico, la moltitudine islamica: cioè l'elemento politico originario dell'Islam, che oggi è arrivato fortemente rafforzato grazie all'incremento demografico costante della popolazione musulmana, veramente ormai una moltitudine.
Agli occhi della sinistra italiana, Israele è oggi un Paese occidentale sconfitto innanzi a una spinta popolare, che è riuscita a fare della guerriglia, e soprattutto del nascondimento dei combattenti nella moltitudine, la vera arma segreta della vittoria islamica.
Non a caso l'operazione hezbollah è una operazione guidata dall'Iran, che è un Paese che ha realizzato la propria rivoluzione mediante l'insurrezione della moltitudine contro la Persia dello Scià, una Persia che era tesa a costruirsi come nazione occidentale.
Agli occhi della sinistra, Israele rimane una forza neocoloniale e capitalista: e non basta più la memoria dell’olocausto a darle una nobiltà incondizionata. Israele ha perso il fascino che aveva agli occhi della sinistra: quello di essere sempre vincente sul piano militare e di essere una proiezione degli Stati Uniti e degli ebrei americani in terra palestinese. Israele ha perso quello che era il vero motivo della simpatia della sinistra per Israele, cioè il suo successo sul piano della forza.
Inoltre la crisi di Israele è contestuale alla crisi della politica americana in Irak, anch'essa messa in crisi da due moltitudini islamiche in lotta tra di loro: i sunniti e gli sciiti. In ambedue i casi i combattenti operano coperti dalla moltitudine propria e contro la moltitudine avversa.
Non c'è dunque da meravigliarsi se il ministro degli Esteri italiano, Massimo D'Alema, condanna la guerra in Israele e va a braccetto con un leader degli hezbollah. Israele non otterrà ciò che si è proposto di ottenere con l'accettazione della dichiarazione delle Nazioni Unite, cioè il disarmo degli hezbollah. Essi spariranno nella moltitudine che ormai comprende tutte le componenti religiose del Libano e manterranno intatto il loro sistema di gallerie e di cunicoli che nascondono i combattenti sotto la moltitudine.
Solo la Germania, in Europa, mantiene il primato della fedeltà a Israele, rimanendo contraria al coinvolgimento di Siria e Iran.
Che cosa accadrà in Libano è molto incerto. La cosa più probabile può sembrare una nuova guerra, questa volta oltre i confini del Libano. Siria e Iran hanno già manifestato le loro posizioni e l'Iran ha saputo organizzarle efficacemente in terra libanese.
La posizione dell'Italia diviene formalmente neutralista in chiave pacifista, a spese della solidarietà con Israele, che è nuovamente minacciato nella sua esistenza, questa volta nella terra che sembrava porre fine al suo esilio.
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