«Il governo vuole punire soltanto Mediaset»

da Roma

«Il ddl Gentiloni? Una legge incostituzionale e palesemente mirata a infliggere danno al gruppo Mediaset». Non usa parafrasi o mezzi termini Fedele Confalonieri, durante l’audizione davanti alle commissioni Cultura e Trasporti della Camera. Il giudizio del presidente di Mediaset sul ddl che disciplina la transizione verso il digitale è una sorta di timbro a fuoco su un provvedimento, a suo parere, figlio di una precisa volontà politica: colpire il gruppo creato da Silvio Berlusconi. Una convinzione che il numero uno di Cologno Monzese ricava analizzando la struttura e i probabili effetti del provvedimento. «Il ddl è un modello arretrato perchè ignora le forme di evoluzione della tv terrestre e non serve al pluralismo, nè a fare entrare altri soggetti nel mercato» attacca Confalonieri. «A dimostrazione della parzialità del ddl - aggiunge il numero uno di Mediaset - si evita di occuparsi della Rai. E non si tiene conto del beneficio per Sky a cui non vengono imposti limiti alla raccolta pubblicitaria. È evidente che l’attività legislativa in questo caso sia influenzata da componenti ideologiche».
Confalonieri mette in discussione le stesse premesse della legge, destinata ad approdare in aula ad aprile. «Il ddl parte da un presupposto apodittico, l’assenza di pluralismo e, non offrendo indicazioni per valutarlo, si espone alla fondata censura di sproporzione delle misure adottate per ripristinarlo» sostiene Confalonieri. «Si invoca anche la necessità del tetto al fatturato a fini di salvaguardia del pluralismo. Ma di per sé limitare i fatturati di Mediaset non crea necessariamente le condizioni per l’entrata sul mercato di altri soggetti in grado di proporre reti e programmi al livello di quelli offerti attualmente dalla stessa Mediaset».
Si parte, insomma, da un vizio iniziale. Una circostanza che fa scattare il dubbio di una «sospetta incostituzionalità», perchè «a nostro vedere il ddl è un provvedimento palesemente puntato a indebolire Mediaset, imponendo ad esempio la migrazione di una rete sul digitale, senza ancoraggio con la diffusione dei decoder». Inoltre il provvedimento «mortifica la televisione terrestre gratuita, diffusa tra il 99% delle famiglie e quindi la nostra azienda, in sostanza restringendo l’uguaglianza e la libertà d’impresa difese dagli articoli 3 e 41 costituzionali». Sospetto d’incostituzionalità è poi l’articolo 2, che stabilisce la soglia del 45% nei ricavi pubblicitari. Secondo Confalonieri «l’indicazione per via legislativa di un tetto alla pubblicità è estranea a ogni disciplina antitrust. Le motivazioni devono essere tecniche, non politiche, e per questo ci sono autorità preposte».
Confalonieri non si limita a restare sulle generali ma quantifica il danno che il ddl Gentiloni potrebbe produrre. «Il provvedimento è capace di mettere a rischio fino a un terzo del fatturato di Mediaset. E non è un’iperbole come dice il ministro Gentiloni». I conti sono presto fatti. L’obbligo del tetto del 45% del fatturato, «una norma scritta con ambiguità ma invalicabile, significa meno 600 milioni di euro di fatturato, il che significa meno un quarto del fatturato». A questo va aggiunto il rischio di perdere altri 200 milioni di telepromozioni. «E poi c’è anche il decalage di due punti dell’affolamento orario: 300 milioni in meno». Infine il trasferimento di una rete sul digitale terrestre in anticipo: 300 o 350 milioni». E da tutto questo sarebbero esclusi altri «80 milioni per l’impossibilità di fare offerta pay».
Confalonieri si dice convinto che «di questa legge non ci fosse alcun bisogno» e indica una data, quella del 2010, per il passaggio alla tecnologia digitale. Ma in un contesto così fosco c’è anche un’apertura alla speranza. «Sono ottimista di natura - spiega - e in Parlamento ci sono persone ragionevoli, non credo che abbiano delle fisime contro un’azienda, come non credo che non abbiano a cuore l’economia del paese. Confido nella ragionevolezza, il buon senso, la buona volontà. Tutto è perfezionabile a questo mondo».