Govi nell’abbazia di San Fruttuoso tra diavoli e pescatori

IL DIAVOLO IN CONVENTO (Italia - 1951) di Nunzio Malasomma, con Gilberto Govi e Leopoldo Valentini, Barbara Florian, Ave Ninchi - 108'.

Un suono di campane, seguito da un coro angelico; sullo schermo la sagoma inconfondibile dell'abbazia di San Fruttuoso di Capodimonte appare insieme al nome dell'inossidabile Gilberto Govi, prima del titolo.
«Il diavolo in convento» di Nunzio Malasomma («Legione bianca», «Scampolo») ha i suoi punti di forza nella presenza della «maschera» comica genovese per eccellenza, in veste di… frate e nella bellezza straniante del monastero sulla spiaggia di San Fruttuoso. L'inizio, lievemente cupo, mostra gli interni di una chiesa, con i lampadari che ondeggiano, attraversati dai bagliori e dal rumore delle esplosioni: è un bombardamento, siamo nel marzo del 1945. Le oche e un maiale si rifugiano nel chiostro, la statua di un Santo cade all'improvviso: celava lo spaventato frate Angelo (un Govi al «naturale», senza i baffi e le tipiche maschere che creava e disegnava lui stesso)…
La trama: gli abitanti di un piccolo villaggio di pescatori della riviera ligure (Camogli?) perdono le case nel corso di un violento bombardamento e si rifugiano nei locali del vicino convento, abitato solo dal malato Padre Guardiano (interpretato da Viglione Borghese) e dal burbero frate laico. Il tempo passa, gli sfollati occupano l'abbazia da sei anni, formano la cooperativa «Aiutati che Dio ti aiuta», ben consci dalla vacuità delle promesse del sindaco («…non ha mantenuto tutto quello che ha promesso per sei anni»): ricostruire le case. Alla morte del Priore le autorità ecclesiastiche, ignare degli imprevisti inquilini, vendono il convento ad un industriale che vorrebbe trasformarlo in un albergo e casinò (facile da raggiungere, nel 1951!!)…
Il nostro frate («niente beghe, crescete e moltiplicatevi, sempre senza esagerare») si oppone e ne combina di tutti i colori per evitare lo «sfratto»: sveglia mezza Camogli per convocare un consiglio comunale, sequestra uno spregiudicato ingegnere (Carlo Ninchi), inventa un caso di colera per ritardare l'avvio dei lavori ed addirittura un miracolo… Tutto sembra perduto, nonostante la classica ribellione delle mogli contro i mariti (con Ave Ninchi in stile black bloc: spacca in due sul ginocchio un'asse di legno urlando «al Municipio!»), frate Angelo è già in borghese quando un bambino muto, durante la processione del Santo Patrono a Camogli ritrova la voce. È arrivato il miracolo vero, l'industriale rinuncia alla speculazione e tutto finisce a tarallucci e vino.
La versione da edicola del dvd contiene anche una traccia audio con Govi che recita «Ma se ghe pensu» da par suo ed interessanti riflessioni della moglie e di Gianni Brera. L'edizione in cofanetto propone anche il più riuscito «Che tempi!», il documentario «Govi a Gavi» e lo spot del Carosello «Baccere, Baciccia!».
Il terzo dei quattro film girati da Govi senza troppi entusiasmi, tratto da una novella di Mario Amendola, mostra abbondantemente i segni del tempo sotto tutti i punti di vista; un restauro della pellicola appare necessario. Il film è ingenuo, improbabile, macchiettistico, a tratti patetico e populista, perfino troppo lungo e non aiutato da una regia incerta. Curiose le sferzate (a vuoto) alla politica, tranne quel sempre ed ancora attuale: «la gente come voi non rispetta niente, chi ha il denaro non rispetta mai niente». A scriverne la sceneggiatura si misero in cinque, Govi e regista compresi, con esiti discutibili. Diverte l'inedita rivalità tra San Fruttuoso («un Santo tranquillo, genovese, di poche parole») ed il più noto San Gennaro spesso invocato dall'altro frate Raffaele detto «Napoli» (!!), interpretato egregiamente da Leopoldo Valentini. «San Gennaro ve ne renda merito»… «Grazie ma c'è già San Fruttuoso che pensa a noi»… Frate Angelo vacilla («devo rivolgermi a San Gennaro?»), il frate partenopeo implora San Fruttuoso: «Se mi fai la grazia dico che sei il più grande Santo del mondo!». Quando il nuovo parroco giunto dalla città comunica a Frate Angelo l'idea di trasferire i pescatori in… Piemonte, arriva la battuta migliore: «sono pescatori, Padre, non possono mica portarsi in Piemonte le barche e le reti, il mare e i pesci». Genova fa capolino nelle parole dei pescatori, nella fuga notturna di un giovane sprovveduto che tradisce i compagni, nell'attesa di referti medici.
Appare spesso la spiaggia di San Fruttuoso, si vede la piazza del porticciolo di Camogli. Gli interni del monastero sono in realtà quelli del convento «Valle» di Gavi Ligure. Govi è trattenuto, usa la sua tipica cadenza genovese e non sempre riesce a portare da solo la croce del film. La curiosità: l'abbazia, di proprietà dei principi Doria e donata al Fai nel 1983, fu davver abitata dalle famiglie dei pescatori per oltre 400 anni, senz'acqua, servizi igienici e riscaldamento: la realtà che ispira e si insinua nel film.
Disponibile attualmente in DVD.