GOYA I feroci Capricci che fecero scandalo

In mostra alla Galleria Bellinzona le acqueforti realizzate nel 1799

Francesca Amé

C'è una battuta che circola a proposito del proliferare in Italia di mostre-evento di dubbio gusto: «Il sonno della ragione genera mostre». Non è, per fortuna, il caso de «I Capricci di Goya», raccolta di alcuni capolavori dell'artista spagnolo che la Galleria Bellinzona espone da oggi. Compare qui il più famoso dei «Capricci», «Il sonno della ragione genera mostri», da cui la battuta è mutuata e che è diventato l'adagio prediletto dal pensiero razionale e illuminista.
La raccolta dei lavori in acquaforte che Francisco Goya realizzò nel 1799 è in mostra a Milano in concomitanza con un'altra interessante iniziativa dedicata all'artista di Saragozza: alla Fondazione Magnani Rocca, a Traversetolo, in provincia di Parma, è di scena «Goya e la tradizione italiana» (fino al 3 dicembre) con ritratti di aristocratici nei quali il pittore, che soggiornò nel nostro Paese per studiare l'arte italiana, non nascose il suo sguardo impietoso per un'epoca che volgeva al tramonto.
Quest'atmosfera di disincanto è ancora più marcata nei lavori in bianco e nero esposti nella galleria milanese: non è la prima e non sarà certo l'ultima mostra del ciclo di incisioni più famoso di Goya, ma l'occasione è ghiotta per riflettere sulla straordinaria modernità di un artista che fu pittore alla corte dei potenti duchi d'Osuna, apprezzato dal re di Spagna Don Luis, e che poi mutò la sua visione del mondo. Sordo e provato da un attacco di paralisi, il Goya di fine Settecento cercò l'asprezza della pittura: il suo occhio sulla classe dirigente dell'epoca da compiacente divenne disincantato, se non addirittura ostile. Sono gli anni dei «Capricci», quelli in cui l'artista mise alla berlina i metodi educativi usati dagli adulti per infondere sciocche paure ai ragazzi (come in «Arriva il babau») o gli atteggiamenti snob di una nobiltà oziosa e vanesia. È lo stesso Francisco Goya, nel «Diario de Madrid» a spiegare che i suoi «Capricci» traevano spunto dagli atteggiamenti grotteschi, dagli inganni, dalle superstizioni, dai vizi di tutta quanta la società spagnola sua contemporanea (famiglia reale inclusa), sottolineando che tra questi comportamenti scelse quelli che ritenne «più idonei a fornir materia per il ridicolo e a esercitare allo stesso tempo la fantasia dell'artefice».
L'idea non piacque a molti, anzi quasi a nessuno. La pubblicazione dei «Capricci» fu uno scandalo in Spagna: la cattiva coscienza fece ritenere a molti personaggi in vista di essere i soggetti ritratti da Goya e la Santa Inquisizione impedì addirittura la circolazione delle stampe ritenute blasfeme. In effetti anche nei «Capricci» in mostra alla Galleria Bellinzona non mancano accenni alla stregoneria: in «Se ne vanno spennati» così come nell'acquaforte «Spiritelli» Francisco Goya non teme di descrivere le credenze popolari e quel sapiente miscuglio di fascino e terrore che ancora nel Settecento aleggiava in Spagna sull'argomento. Alcune opere sono crude, quasi bestiali, «splatter» si direbbe usando una terminologia attuale che omaggia il grottesco. Il gusto così moderno di Goya e la feroce satira nei confronti di un Paese che si pavoneggiava in pubblico ma che nel privato nascondeva le peggiori pulsioni (come gli incubi del celebre «Sonno della ragione») non portarono fortuna all'artista: la prima tiratura dei «Capricci» fu ceduta al re Carlo IV in cambio di una borsa di studio per il figlio e solo dopo la morte di Goya il ciclo si trasformò in una delle opere grafiche più celebrate (e riprodotte in poster e cartolina) della storia dell'arte.
I Capricci di Goya Galleria Bellinzona, via Volta 10. Ingresso libero, dal martedì al sabato (ore 16-19.30), il giovedì fino alle 21. Fino al 28 ottobre.