Il Graal? Un mito venuto dall’Oriente

In uno studio lo storico Mario Moiraghi parla di «una vicenda non cristiana trascritta e interpretata con obiettivi non cristiani»

«Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto». L’acuta osservazione di Gilbert K. Chesterton si dimostra sempre più tristemente vera in quest’epoca nella quale la fede cristiana viene tacciata di oscurantismo da chi va dietro ai fumetti del Codice da Vinci e di una fantomatica discendenza della Maddalena.
Uno dei più inossidabili miti, nel cui ambito si inserisce anche il fortunato romanzo di Dan Brown, è quello del Graal, il cui contenuto viene finalmente «vivisezionato» in modo completo e scientifico dal volume Il grande libro del Graal (Àncora editrice, pagg. 380, euro 18), scritto da Mario Moiraghi, in libreria dal 21 giugno. Lo studioso è noto per aver pubblicato già diversi saggi sui cavalieri medioevali e per aver individuato in un italiano, Ugo de Paganis, cavaliere di Campania, il fondatore dei Templari. La nuova ed esaustiva opera di Moiraghi fa finalmente chiarezza sulle origini del mito del Graal, un oggetto alquanto misterioso che, per usare le parole del matematico Piergiorgio Odifreddi, «è qualcosa di cui non si sa che cosa sia, né se ci sia».
Nel libro vengono esaminate e discusse le opere fondamentali per la diffusione del mito del Graal nel Medio Evo: il poema in versi Perceval di Chrétien de Troyes (del 1190), la versione tedesca dello stesso racconto scritta da Wolfram von Eschenbach (databile tra il 1198 e il 1208), intitolata Parzival e infine una terza opera del francese Robert de Boron. Sarà quest’ultimo, associandolo all’Ultima Cena, ad introdurre il concetto di «sacralità» del Graal, che fino a quel momento non era affatto «santo». Moiraghi spiega dunque come tra i «luoghi comuni principali, totalmente arbitrari» vi sia quello della «presunta santità, o meglio divinità» di questo oggetto.
Nei primi due poemi, che importano il mito in Europa, alla parola Graal viene infatti dato un significato imprecisato: vaso o pietra preziosa. Nella prima tradizione, insomma, il Graal è un oggetto dotato di una certa preziosità, ma non certamente «santo». Si legge nel poema di Chrétien: «Un graal fra le sue due mani una damigella teneva...»; mentre Wolfram scrive: «Sopra un cuscinetto di achmardi essa recava la gemma del paradiso, radice e fiore contemporaneamente, questa era una cosa che si chiamava graal». Poco più avanti entrambi gli autori spiegano che si tratta di un oggetto di materiale prezioso, senza specificarne la funzione. Soltanto con Robert de Boron il Graal diventa il calice usato da Gesù nell’Ultima Cena, che sarebbe stato poi utilizzato da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere l’ultimo sangue che sgorgava dal costato di Cristo crocifisso. Boron parla del viaggio della coppa da Gerusalemme all’Europa.
«Tutte queste cose - spiega Moiraghi nel libro - sono una novità, un’invenzione di Robert, che avrà fortuna». Molta fortuna. Lo studioso avvalora dunque l’idea che si tratti solo di un’invenzione letteraria anche in considerazione del mancato interesse della Chiesa di Roma per la presunta reliquia, in un’epoca nella quale le reliquie erano ricercatissime. «È pensabile - scrive - che il Calice con il sangue di Cristo non sia mai stato oggetto di pretese religiose e soprattutto di tentativi papisti di appropriarsene, almeno sul piano del racconto fantastico? Vista la sua divinità, possibile che mai nessuno abbia descritto un tentativo di colpo di mano di Roma, poi vanificato dai coraggiosi bretoni?... Invece no. Il Graal rimane confinato nella cerchia dei cavalieri».
Ecco dunque che dalle ricerche di Moiraghi emerge un’altra verità. Il mito del Graal «sembra una vicenda non cristiana trascritta e interpretata con obiettivi non cristiani». Appare cioè nato in un ambiente che non ha nulla a che vedere con l’Europa medioevale. Grazie a un esame puntuale dei testi, lo studioso mostra come l’ambiente naturale e sociale dei primi romanzi sul Graal sia quello dell’Oriente. Sono citate infatti in quei testi specie vegetali tipiche dell’area centro-asiatica, senza contare che neanche il fico e l’ulivo - pure citati - sono riconducibili alla regione franco-bretone-gallese nella quale si sviluppa il mito. Troviamo ad esempio i cedri, piante diffuse in Libano, Africa settentrionale e nell’area iranica. Insomma, «il quadro complessivo porta a concludere che il paesaggio botanico del Parzival appartiene, in modo coerente ed organico, ad un ambiente temperato orientale, radicalmente lontano dai luoghi dell’Europa centro-settentrionale».
Un’osservazione simile si può fare anche per quanto riguarda la fauna: troviamo infatti lo struzzo, il leone e un’insolita pantera, ma anche l’ecidemon, più noto come mangusta, «animale diffuso in Asia centrale e noto anche agli Egiziani». Infine, anche le vesti e gli oggetti descritti sono decisamente orientali, come gli scacchi, gioco di origine indiana giunto in Occidente fra i secoli XI e XII tramite la cultura persiana: «È da escludere - osserva Moiraghi - che possano essere stati utilizzati in ipotetiche corti o abitazioni europee ai presunti tempi dell’Artù bretone (attorno al 500 o 600 d.C.) ed è anche improbabile una loro ampia diffusione in area europea nel periodo fra il 1100 e il 1200».
L’autore del Grande libro del Graal fa dunque comprendere come il mito sia nato per fornire alle monarchie nascenti in area nord-europea un crisma di nobiltà che esse non possedevano e per farlo bisognava usare una storia di origine talmente remota da non poter essere facilmente identificata. Mito orientale, «cristianizzato» nel Medio Evo, dunque. Che continuano ad inseguire coloro i quali, non avendo più la fede, «finiscono per credere a tutto».