La grafica racconta 50 anni di Cuba

In mostra dal 14 gennaio, manifesti realizzati dal 1959 ai giorni nostri. Dai «carteles» con la propaganda di regime ai film

Barbara Silbe

C’è una strana, nuova usanza: allestire mostre di fotografia per la strada. Cartelloni in fila, lungo viali pedonali, nelle piazze, come tanti alberi colorati e ammalianti che attendono i passanti. È bella, l’arte sui marciapiedi, dove tutti scorrono distratti eppure sostano, catturati da un fremito, da uno sguardo, da un sorriso.
Capita a Milano, già da un paio d’anni, nella centralissima via Dante: la rassegna appena terminata si intitolava «La saggezza dell’umanità», un réportage sui popoli dai diversi angoli della terra. Capita ora anche in provincia, a Cinisello Balsamo, con la personale di Davide Ferrario ospitata in una piazza Gramsci recentemente riprogettata dall’architetto Dominique Perrault. «Foto da galera», questo il titolo dell’esposizione, è la testimonianza di un regista cinematografico all’interno del carcere di San Vittore, sospesa a metà tra l’indagine sociologica e l’ironia. Ferrario, di lui ricordiamo i film «Anime fiammeggianti» (1994), «Tutti giù per terra» (1997) e «Guardami» (1999), si è recato nel quarto e quinto raggio dell’istituto di pena milanese, muovendosi dentro celle e spazi vuoti e in attesa di ristrutturazione, per produrre scatti che sono racconti di ciò che è stato, di un tempo trascorso lento e di un’azione che, lì dentro, si è ripetuta all’infinito.
Ha inquadrato muri scrostati, soffitti sporchi, manifesti, fiori, disegni, residui che ci parlano di desideri, di sogni, di pensieri e ricordi dei detenuti. Li immaginiamo inventarsi spazi e sognare il cielo e i prati e le donne fuori da quelle sbarre, li pensiamo posare occhi e mani sul poster stropicciato di una modella, sull’icona di una Madonna, sulla squadra del cuore. L’autore, che nel penitenziario meneghino lavora da alcuni anni con un gruppo di carcerati su progetti di documentazione audiovisiva, inquadra pareti che sono diventate pagine di un diario intimo di disperazione e speranza, cattura il silenzio delle celle in disuso prima che tutto scompaia, per conservarne la memoria.
Tra i «capolavori» di questi artisti inconsapevoli si trovano molte opere curiose: pacchetti di sigarette e scatole vuote di pasta trasformati in contenitori e caselle della posta, liste della spesa, brandelli di poesie, collage che sembrano prodotti dalla fantasia di un artista pop. Bella davvero, l’arte per strada: fa sognare, fa emozionare, fa pensare.
In collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea. Catalogo Edizioni Gabriele Mazzotta. Aperta con ingresso libero fino al 26 febbraio. Info: tel. 02.6605661.