«Gramigna», il ponte tra Br e centri sociali

Protagonisti di aggressioni a parlamentari, sindaci e alle sfilate anti Tav

Gianmarco Chiocci e Luca Rocca

L’erba cattiva non muore mai. Sono vent’anni che a Padova la politica e la polizia non riescono a estirpare il «Gramigna», centro sociale popolare occupato, sinonimo di violenze e totale impunità. All’interno del bunker autogestito tra le mura di una scuola media abbandonata, fino all’altro ieri svernavano gli ultimi presunti nipotini delle Brigate Rosse reduci da precedenti traslochi forzati: nel ’92, si riunivano in zona Monta, agli inizi del 2000 al Basanello. Tredici sgomberi, nessuno mai definitivo. Ovunque, e comunque - stando alle relazioni dell’Antiterrorismo - gli «okkupanti» del Gramigna si sono sempre dichiarati nostalgici della stagione d’oro dell’autonomia padovana, quella del professor Toni Negri e della storica facoltà di Scienze Politiche che ora, come allora, rappresenta il cuore del proselitismo marxista-leninista attraverso il temibile collettivo studentesco. Il salto di qualità che porterà molti esponenti del centro a guadagnarsi l’interessamento della Digos avviene al G8 di Genova previa rottura con l’ala «disubbidiente» di Luca Casarini, leader delle Tute Bianche e del centro sociale concorrente, «Il Pedro»: al contrario dei colleghi padovani, i giovanotti del «Gramigna» non cercano visibilità, puntano solo allo scontro. Vengono segnalati con due informative dall’Ucigos e inseriti nell’asse portante del Blocco Blu (inserito nella cosiddetta «Autonomia di classe» composta da Asktasuma e Murazzi di Torino, i lombardi Transiti, Vittoria, Panetteria, il ligure Inmensa) alleato del Blocco Nero d’estrazione anarchico-insurrezionalista. Non a caso in sette finiscono sott’inchiesta per il pacco-bomba ai carabinieri della stazione genovese di San Fruttuoso: dal blitz all’alba spuntano manici di piccone, spranghe, bombe carta, taniche di benzina, caschi, fionde, biglie d’acciaio. Grazie ai travisamenti e alle raffinate tecniche di guerriglia, di lì a poco escono indenni dagli scontri di Genova al contrario dei cugini del «Pedro» (prima intercettati, poi arrestati). Con gli anni la frattura diventa insanabile anche per le accuse a Casarini di pensare poco alle masse e tanto alle prebende istituzionali come i finanziamenti per il festival di Radio Sherwood o l’organizzazione del concerto di Sinead O’Connor.
Sfogliando il dossier sul Gramigna spicca una data: estate 2002. La procura di Bologna, indagando sull’omicidio Biagi, sui Carc e sulle costole antimperialiste del nordest, prende di mira tre attivisti del «Gra» già indagati nel 1999 in Puglia a margine dell’inchiesta sul delitto D’Antona. Tanti sospetti, molti indizi, niente più.
Il rapporto dell’Antiterrorismo si dilunga poi nelle innumerevoli aggressioni firmate Gramigna. Pescando a caso. Ecco le relazioni sui tafferugli con la Celere nella centralissima piazza delle Erbe del giugno 2004 (tre autonomi arrestati); gli assalti al gazebo elettorale del sindaco di Forza Italia, Giustina Destro (vetrate distrutte, lanci di sassi e bottiglie, tre arresti); il pestaggio del leghista Mario Borghezio alle manifestazioni anti-Tav del dicembre 2005 ad opera di quattro attivisti spalleggiati dai compagni di «Zona Bandita» di Venezia; i cori su «10, 100, 1000 Nassirya» scanditi dai «gramigni» a Roma nello stesso corteo di Rizzo e Diliberto; i calci e i pugni rifilati il 4 novembre scorso in piazza dei Signori al deputato di An, Filippo Ascierto e al papà di Matteo Vanzan, l’eroe lagunare ucciso in Irak. E ancora. Foto e filmati con i volti degli intoccabili padovani assieme a quelli del centro sociale «Orso» arricchiscono l’informativa Digos sulle auto bruciate, le barricate, le sassaiole di corso Buenos Aires a Milano dell’11 marzo 2006. Sono nomi ricorrenti in ogni guerra da strada, finanche nel sit-in di solidarietà ai detenuti del carcere di Bergamo sfociato nell’ennesima battaglia contro le forze dell’ordine. Per non dire del 17 novembre ultimo scorso con il fuoco appiccato alla sede di Forza Nuova, o del 19 novembre successivo quando in coda a una manifestazione per la pace, una rappresentanza «gramignesca» inneggia alla resistenza irachena dando alle fiamme sia una bandiera con la stella di David, sia tre manichini raffiguranti un soldato italiano, uno americano, uno israeliano. Capita poi che la polizia, talvolta, reagisca agli attacchi. Il risultato sono interrogazioni parlamentari a raffica per chiedere conto della «corretta gestione dell’ordine pubblico» (vedi Franca Bimbi della Margherita il 14 giugno 2004, vedi lo stesso giorno Luana Zanelli dei Verdi). Nessuno però che si scandalizzi dei poliziotti feriti. Nessuno che si ricordi di Vittorio Petiti, un pensionato, travolto a morte al tavolino del bar da un’orda inferocita di autonomi.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it