Il gran balzo della Lega

Due anni fa era data per morta, voti dimezzati, federalismo mancato, leader malato. Oggi la Lega Nord è il terzo partito italiano, sfiora il 10 per cento su scala nazionale e nel Lombardo-Veneto è a un soffio dal Pdl. Due anni di Prodi hanno fatto risorgere il Carroccio che non ha lasciato ma raddoppiato, ritornando ai fasti dei primi anni di vita quando in tutto il Nord il neonato movimento di Umberto Bossi superava stabilmente la doppia cifra. All’esordio elettorale, il 5 aprile 1992, la vecchia Lega Lombarda raccolse l’8,6 per cento alla Camera e 55 deputati; dopo due anni, per la prima volta a fianco di Silvio Berlusconi, si assestò attorno all’8 per cento e toccò il 10,1 il 21 aprile 1996, l’anno della prima marcia lungo il Po, apice dell’epopea leghista.
Era un voto di protesta, che dava corpo all’esasperazione del Nord contro «Roma ladrona», gonfiato dal vento della secessione (poi sfumato nella brezza federalista). Le elezioni del 2001, seppure vinte dal centrodestra, e del 2006 furono un mezzo disastro: la Lega crollò al 4 per cento; dieci per cento in Veneto, 16 (più che dimezzata) nella roccaforte lombarda della fascia Varese-Como-Lecco-Bergamo-Brescia. Sembrava che Bossi e i suoi avessero perso la presa con gli elettori, quel legame con il popolo, l’abilità a coglierne gli umori che è sempre stato un talento del Senatùr. I risultati degli Anni ’90 parevano una fiammata illusoria. Invece no.
La Lega raccoglie una bella fetta dell’insofferenza contro la «casta» dei politici, dunque non ha perso la capacità di catalizzare il voto di protesta. Ma non è più soltanto questo. Il Carroccio ha cavalcato i temi più sentiti dalla gente, in testa a tutto la sicurezza e la lotta all’immigrazione clandestina. Nelle giunte regionali e in molte località del Nord ha fatto eleggere amministratori capaci, che non parlano di secessione ma applicano la legge con rigore; alcuni sono stati candidati ed eletti a furor di popolo, come Massimo Bitonci di Cittadella, l’inventore delle ordinanze antisbandati. Non hanno ancora 40 anni, sono preparati, si fanno ben volere dalla gente, non conoscono orari. Lavorano e non parlano di fucili.
La Lega si è fatta carico della rabbia dei piccoli industriali, degli artigiani, dei commercianti. Quel ceto produttivo non si è sentito soltanto preso di mira dalla stretta fiscale del governo Prodi: si è trovato abbandonato dallo Stato. Con l’economia dell’Occidente che rallentava, gli imprenditori del Nord si sono trovati come sepolti dalle macerie di un terremoto: e Roma, invece che dargli una mano per riemergere dal disastro, gli ha gettato sopra l’ultima palata di terra. La vicinanza della Lega alle esigenze locali si è dimostrata una carta vincente, molto più efficace che non le candidature di uomini-immagine come ha fatto il Partito democratico con l’imprenditore Massimo Calearo.
La geografia del nuovo voto leghista parla chiaro. Nella striscia pedemontana lombarda, dalla Brianza al distretto dell’acciaio bresciano fino ad allargarsi a tutto il Veneto, gli uomini di Umberto Bossi mancano di poco il 30 per cento. Nel Veneto occidentale la Lega è il primo partito con il 28,5; altrove inseguono da vicino il nuovo partito di Berlusconi e Fini. A Torino quasi tocca il 9 per cento, supera il 16 nel resto del Piemonte, oltrepassa l’8 in Trentino Alto Adige e si mantiene attorno al 13 anche in Friuli Venezia Giulia. Numeri secondi soltanto a quelli del 1996, quando nel collegio Lombardia 2 il Carroccio segnò il record assoluto del 35,8.
Ora si riapre la prospettiva del governo. Bossi dice che il primo passo sarà il federalismo fiscale, che non è più una parola blasfema per nessuno: «La possibilità per il Nord di utilizzare i soldi creati nel territorio per fare le opere necessarie». Prima ancora, però, ci saranno due bracci di ferro con gli alleati del Popolo della libertà: sui ministri leghisti e sui governatori del Nord.
Questa partita sembra la più delicata: se in Lombardia il quasi certo abbandono di Roberto Formigoni favorirà l’elezione di Roberto Castelli al Pirellone, in Veneto il dopo-Galan è tutto da giocare. Roberto Maroni ha messo subito le mani avanti: «Abbiamo il senso delle istituzioni, governeremo e rispetteremo il programma. Ci basta che lo rispetti anche Berlusconi. Noi siamo stati e saremo leali». A Roma, come a Milano e a Venezia.