Il gran rifiuto di Prodi spaventa Bersani

nostro inviato a Bologna

Niente da fare, il muro di via Gerusalemme ha resistito, Romano Prodi non sarà il prossimo sindaco di Bologna, la sua pedina non si muoverà dalla casella in cui oggi si trova: quella di casa. Il gran rifiuto del Professore è stato ribadito ieri. Non che avesse lasciato grandi spiragli a chi sperava di vederlo sulla poltrona liberata dal suo pupillo Flavio Delbono; tuttavia sembrava che il compiacimento per tutte queste attenzioni potesse aprire una breccia.
Invece no. Il pressing di questi giorni non ha dato frutto. Il Pd di Bersani non gli ha trasmesso la scossa giusta per smuoverlo. «Non sto cambiando idea», ha detto ieri mattina ai giornalisti che lo attendevano davanti al portone di casa. Non farà un gesto d’amore per la sua città? «Segnali d’amore se ne possono dare in tanti modi. Non è questione di sacrificio personale, bisogna vedere quale ha più effetto», ha risposto Prodi. L’ultimo gesto per Bologna è stato quello di imporre la candidatura di Delbono, il sindaco-dongiovanni crollato sotto le accuse di aver approfittato del suo ruolo istituzionale per svacanzare con l’ex fidanzata.
Il pressing è stato notevole ma tutto bolognese, e non di tutta la città. Da Roma non sono arrivati inviti a scendere in campo. Da via Rivani, sede del Pd felsineo dove ieri sera è giunto Pierluigi Bersani, nemmeno. Prodi, affezionato al personaggio di salvatore della patria, si sarebbe aspettato almeno una telefonatina di più di un leader nazionale. L’ha confermato lui stesso: «Io non ho comunicato nulla ai vertici del partito perché non c’erano richieste ufficiali come succede in questi casi. Le cose uno le deve decidere con la propria coscienza e basta». E ancora: «Naturalmente si fanno vedere quelli che fanno l’atto di stima, non quelli che fanno l’atto di disistima. Uno non deve mai illudersi che questo sia un fatto corale e totale. Gli atti di stima fanno piacere ma non bisogna credere che siano l’espressione di tutti».
Con il segretario si sono sentiti l’altro giorno perché Bersani gli ha fatto le condoglianze per la morte del fratello Giovanni, ma quando si è parlato del dopo-Delbono il discorso si è fatto vago. Così generico che ieri Prodi ha ignorato la presenza del suo ex ministro a Bologna nel tardo pomeriggio: ai cronisti che gli hanno chiesto se si sarebbero visti, ha risposto che «l’incontro non è in programma». «Ho saputo dai giornali che Bersani viene qui», ha aggiunto per sottolineare il distacco.
Insomma, tra Prodi e Pd è calato lo stesso freddo che sta surgelando la Pianura Padana. Si era detto che Bersani saliva a Bologna per convincere il Professore. Che la sua partecipazione alla direzione provinciale del Pd era un utile pretesto per sondare di persona la disponibilità. Sandra Zampa, portavoce di Prodi, ha detto che «chi vuole leggere tensioni nei rapporti con Bersani lo fa in malafede e strumentalmente. La decisione di candidarsi o no a sindaco di Bologna fa capo unicamente alla persona e alla volontà di Prodi».
Non ci saranno tensioni, ma nemmeno fiumi di latte e miele. Prodi ha già fatto un mezzo passo falso indicando una figura fragile come Delbono: candidarsi equivaleva ad assumersene la piena responsabilità. Per farlo pretendeva unità e compattezza dietro di lui, cose che evidentemente il terremotato centrosinistra emiliano non è in grado di garantire. Perciò il Professore ha fatto prevalere le ragioni personali: la sua fondazione per l’Africa, i rapporti con l’Onu, le lezioni di economia in Cina. Ha anche 71 anni e la moglie Flavia che lo dissuade.
Per convincerlo a tornare nella politica attiva ci volevano altro che le telefonate e i messaggi dei tanti amici. Bersani ha preso atto: «Quella di Prodi sarebbe una candidatura fortissima e gradita da tutti, dopodiché noi rispettiamo le sue scelte di vita e le sue decisioni». Poche parole senza troppi rimpianti, l’indispensabile davanti a uno che non aveva nessuna intenzione di togliere dai guai il Pd bolognese né di dare una mano a un centrosinistra che si sta allontanando ogni giorno di più dall’Ulivo delle due campagne elettorali vinte.
Così la trasferta di Bersani sotto le Due Torri, per un lungo vertice a porte chiuse, è diventata un viaggio nei malumori democratici. La base è in agitazione, delusa e scoraggiata. Nelle sezioni si è sentito di tutto, chi non vuole più fare campagna elettorale e chi diserterà le feste dell’Unità, chi pretende le primarie e chi vorrebbe andare al sodo senza troppi fronzoli. La presenza di Bersani doveva servire a rassicurare questo popolo malridotto. Difficilissimo trovare subito un candidato forte: si parla di Luciano Sita, patron della Granarolo e leader del mondo cooperativo oltre che assessore uscente, che però non vorrebbe passare le forche caudine delle primarie. La base preme per Maurizio Cevenini, «mister preferenze», popolare quanto imprevedibile. E poi c’è l’incognita della data del voto: se non si vota a marzo si andrà a ottobre, non a giugno, e quindi il Pd avrà tutto il tempo per trovare l’accordo.