Il gran rifiuto di Tommaso Moro

Giurista e amico di Erasmo, pagò con la vita la sua opposizione a Enrico VIII

Dev’esserci un tarlo, nelle menti dei re inglesi. Quel tarlo dice: «Se vuoi una cosa che un altro ti può dare, scegli tu quell’altro e avrai quella cosa». Lo pensava re Enrico II (1154-1189), il quale voleva sottomettere al suo scettro la Chiesa inglese, nonostante l’opposizione dell’arcivescovo di Canterbury, fedele a Roma. «Semplice - si disse allora Enrico - cambiamo l’arcivescovo».
Detto, fatto: nel 1162 il posto veniva occupato da un suo uomo di fiducia, anzi dal suo uomo prediletto, Tommaso Becket, già cancelliere del regno. Enrico gongolò, ma si sbagliava di grosso: dismessi i panni del cancelliere, Tommaso cambiò vita e opinione. Divenne il paladino del papa e della Chiesa. Sfidò il re, mandandolo su tutte le furie, tanto che questi ebbe a gridare che l’avrebbe ben volentieri visto morto.
Detto, fatto: un pugno di cavalieri galoppò nottetempo a Canterbury, minacciò il prelato ribelle, lo inseguì tra i sacri corridoi, lo colpì sull’altare. Sangue e fede, fedeltà agli uomini e a Dio, tutto si sparse e si fuse insieme. Fu un tale scandalo che Enrico II dovette chiedere perdono, venire vergato pubblicamente, vedere la tomba del rivale adornarsi d’una corona incessante di pellegrini, a decine di migliaia da tutta l’Europa. Si era tra il 1170 e il 1174 e il re aveva creato un martire, san Tommaso Becket.
Ma il tarlo, si sa, è duro a morire. E qualche tempo dopo riprese a tarlare, questa volta nella testa rotonda di un altro Enrico, l’VIII re inglese con questo nome. Si era ormai negli anni Trenta del Cinquecento, ed Enrico VIII aveva un paio di crucci: primo, procreare un figlio maschio, che la povera Caterina d’Aragona non era stata in grado di assicurargli in ben 24 anni di copule; secondo, liberarsi dagli impacci della Chiesa romana, che proprio non voleva rescindere quel matrimonio sterile, per farlo convolare ufficialmente tra le cosce della sua preferita, Anna Bolena. E così Enrico depose il solito, sgradito arcivescovo di Canterbury e ne installò un altro di suo gradimento, facendo nel contempo stilare il celebre Atto di successione, con cui si diceva, in lingua forbita, che il re è il re, e che insomma il re fa quel che vuole.
Il papa, naturalmente, scagliò la scomunica ma pochi, tra gli alti prelati del regno, erano così tosti da resistere alle pressioni reali, e firmarono. Senonché anche un altro signore si oppose. Con garbo, appoggiò sul tavolo il sigillo di gran cancelliere e disse: «No, io questa cosa non la firmo. In coscienza, non posso». Era il 13 aprile 1535, e Tommaso Moro stava firmando la propria condanna a morte, come si intuì dall’espressione di rammarico disegnata sul volto dei burocrati presenti.
Un altro Tommaso sulla strada dei re inglesi. Tommaso il giurista, membro della Camera dei Comuni, componente del consiglio privato del re, Gran Cancelliere, amico di Erasmo da Rotterdam e dei papi. Il laico Tommaso, difensore dei piccoli e medi possidenti contro l’avidità dei grandi proprietari terrieri. Gli era costata la carriera, quella opposizione, ma poi era stato ripagato proprio da Enrico VIII, che l’aveva portato sempre più in alto per la sua intelligenza e i suoi modi. Tommaso, l’autore di quell’opera dal titolo strano perché neologistico: Utopia. Un mondo dove è possibile il bene, dove il male è bandito. Un mondo da perseguire con grazia, senza violenze.
E ora quel Tommaso, a 57 anni, saliva i gradini della Torre londinese, la maledetta Torre della sua città natale. E in carcere ripeteva: «Dammi la grazia, Signore, che quanto è oggetto delle mie preghiere sia oggetto anche delle mie opere». Era una giaculatoria che gli serviva per affrontare i quattro interrogatori che, fra il 30 aprile e il 14 giugno, lo videro dibattere con i giudici del re intorno a una sentenza già scritta e ratificata l’1 luglio «per avere parlato del re in modo malizioso e diabolico». Enrico fu così cortese da farlo decapitare, e non impiccare, alle nove di mattina del 6 luglio 1535. La sua testa venne mostrata sul ponte di Londra per un mese, per poi essere recuperata al prezzo di una lauta mancia da sua figlia Margherita.
Tommaso, che così esce di scena nell’ultima scena d’una tragedia di Silvio Pellico: «Quell’innocente è giunto al fatal loco. Egli la scala ascende, alza al Ciel le mani e prega, e siede. Sorridendo, la testa reclina... Ahi, quello è il lampo della scure!». Ahi, sì, perché «un giusto egli era».