«Gran Torino» miglior film In Italia «Gomorra» supera «Il divo» e «Vincere»

RomaRicordi e presenze vibrano più intensamente, mentre salutiamo il 2009, che ha oscurato stelle come Michael Jackson, Patrick Swayze, Farrah Fawcett, seppellendo perfino a Natale (e a Beverly Hills) la regina dei film di serie B, la trentaduenne Brittany Murphy, crollata sotto la doccia «per cause naturali». Non c’è niente da fare, però: più stelle ci tolgono, più desideriamo di vederne altre, di pari carisma. E intanto che, in queste ore di simbolica morte e rinascita tutti speriamo qualcosa, tracciamo il bilancio d’un decennio trascorso davanti al grande schermo, dato per morituro dai gufi amanti del divano di casa propria, più che del rito officiato al buio d’una sala, in mezzo ad altri sognatori muti. Un decennio si apre, dopo crisi severe, e in linea di massima il cinema ha tenuto, sebbene anche Hollywood, sfornando meno pellicole e di qualità non eccelsa, abbia accusato il colpo. Ma quali umori, delizie, o repulsioni sono andati in circolo, un lungometraggio via l’altro, una celebrità dopo l’altra? Quali valori assegnano gli esperti a quanto, in dieci anni, è stato proposto al pubblico pagante?
Proiettata verso il cinema di tendenza, la direttrice del popolare mensile di cinema Ciak, Piera Detassis, tifa per l’ispettore Callaghan. «Clint Eastwood, regista di Gran Torino, conferma la sua grandezza in un film privo di buonismo e d’inutile retorica. E dice una parola definitiva sull’accoglienza del “diverso”. Marco Bellocchio ha imbroccato Vincere, un film che mi ha veramente colpito. Di film brutti ne ho visti, purtroppo, ma quello che più mi ha delusa è stato Il grande sogno di Michele Placido: per generazione, io avrei dovuto riconoscermici, eppure non ci ho trovato la complessità del ’68. Tra gli attori, indico su tutti Filippo Timi, capace di passare dalla follia dello sguardo allucinato alla drammaticità espressiva: i miei lettori lo hanno votato in massa. Poi, non dimenticherei Sam Whartington», dichiara la Detassis, ora alle prese con le nuove selezioni dei film in giro per il mondo, dato il suo ruolo al Festival di Roma. E conferma la strisciante Bellocchiomania l’americana Deborah Young, ascoltata critica di Variety e direttrice del Festival di Taormina. «Credo che Marco Bellocchio abbia veramente imboccato una fase positiva. L’autore del decennio, per me, è lui: tra L’ora di religione, il film su Aldo Moro e Vincere, direi che non ha sbagliato mai. Il miglior attore è Johnny Depp: ovunque compaia, mi diverto. Filippo Timi è l’interprete del decennio, anche se terrei d’occhio Pierfrancesco Favino, che darà molte sorprese», prevede la Young, che da esperta di cinema arabo ci risparmia i nomi, a noi ignoti, dei suoi attori di culto. Anche per Marco Müller, sinologo di fama e direttore della Mostra del Cinema di Venezia, molte sono le impronunciabili celebrità registiche a lui note e gradite, ma su Paolo Sorrentino, regista de Il Divo, ogni dubbio linguistico si scioglie. «Senza trascurare Abdellatif Kechiche. I miei film del decennio? Da Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg a Gran Torino di Eastwood, da Mullholland Drive di David Lynch a L’ora di religione di Marco Bellocchio, ecco le mie preferenze», comunica Müller dal suo buen retiro nel Viterbese.
In controtendenza, Laura Delli Colli, presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti di Cinema, al quale dedicherà sempre maggior cura, visto che lascia il suo storico posto di inviata a Panorama, cita il cinema d’animazione. «Wall-E, che considero l’E.T. del 2000, mi ha convinta. Ma anche Up e Ratatouille hanno saputo proporre un’animazione non convenzionale e di classe. Tra gli europei, mi ha impressionato Le vite degli altri, film importantissimo. La “linea Ozpetek”, inoltre, ha segnato il cinema italiano del decennio: tra Le fate ignoranti e Saturno contro, Ferzan si è consolidato nella stima generale. Isabella Ferrari, poi, è un’attrice che ha saputo crescere molto, diventando icona sexy del nostro cinema, e Toni Servillo, ad ogni modo, resta il migliore. L’accoppiata d’autore Castellitto-Bellocchio, con Il regista di matrimoni, mi pare sia emersa con forza. Darei un premio di coerenza, mentre l’anno finisce, a Pupi Avati e a Neri Parenti: per la produzione costante nel loro stile. E se potessi fare un giochino, suggerirei a Veronesi di tagliare la scena di sesso in Caos Calmo tra Nanni Moretti e la Ferrari. Se ne è parlato troppo, a scapito del film».
Dalla sua casa a un passo dal Colosseo, il re della commedia all’italiana, Mario Monicelli, confessa di non essere andato troppo al cinema, negli ultimi anni. «Ci vedo poco, anche con gli occhiali, per cui in sala non mi ci reco più tanto spesso. Detestando i dvd, però, vedo uno o due film l’anno. Tra i film di qualità metto Il Divo di Sorrentino e Gomorra di Matteo Garrone. Da quel che sento, sono state due fiammate, ma poi... Anche Crialese, col suo Respiro, mi è piaciuto. Tra le attrici, amo Valeria Golino, per la sua libertà espressiva, migliorata nel tempo, e Margherita Buy ha avuto momenti non qualunque. Ma il mio attore preferito è Toni Servillo, anche perché ha saputo portare in teatro Sabato, domenica e lunedì di Eduardo».
Dario Argento, infine, non nutre alcun dubbio: lui è un regista che va spesso al cinema, ovunque si trovi per motivi di lavoro. «Il film italiano del decennio è rappresentato da Gomorra, film di potente visionarietà e di grande spessore civile. Quello straniero è Bastardi senza gloria». Il 2010 può cominciare: una bella infornata di novità è dietro l’angolo.