Granata fa l'antimafia a giorni alterni

Da assessore di Cuffaro, indagato per mafia, attaccò chi chiedeva le dimissioni del governatore. Oggi indossa i panni del legalitario anti Cav e ama farsi applaudire persino dal popolo viola

Roma Chissà se l’odierno paladino della legalità, il bombarolo e riccioluto finiano Fabio Granata, ricorda un episodio di qualche annetto fa. Siamo nel 2004 e Granata, capogruppo di An in Regione, va a braccetto dell’inquisito governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Il quale, giugno del 2003, riceve un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa. Secondo i magistrati palermitani che indagano sui rapporti tra il clan di Brancaccio e i politici, il presidente della Regione avrebbe ricevuto input dal boss Giuseppe Guttadauro. Vicende torbide per le quali nel 2008 Cuffaro verrà condannato a 5 anni per favoreggiamento. Ma torniamo indietro. Nel marzo del 2004 Granata è un pezzo grosso della squadra di Totò «vasa-vasa», ricoprendo la carica di assessore ai Beni culturali della sua giunta. Ebbene, a quel tempo, a fare il Granata, Granata non ci pensa nemmeno. Chissà come mai. A vestire i panni del pasdaran giustizialista è Angela Napoli, all’epoca vicepresidente della commissione Antimafia, e ora finiana doc. È lei che attacca a testa bassa e cavalca i guai giudiziari del governatore: «Cuffaro dovrebbe lasciare - dice - si tratta di una questione morale. In fondo l’autosospensione di un indagato per mafia non rappresenterebbe un segnale di colpevolezza». Boom. Scoppia il putiferio, il partito si divide e il nostro Granata da che parte sta? Stando alle ultime sparate del nisseno sempre lesto a chiedere le dimissioni appena l’ombra del sospetto si allunga su qualche pidiellino, uno giurerebbe dalle parte delle toghe. E invece no. Prende le difese del suo governatore Cuffaro e, anzi, ha uno scazzo memorabile proprio con la Napoli. «Io e An restiamo con convinzione al fianco di Totò Cuffaro». Nessuno sventolio della bandiera della legalità, quindi, in quell’occasione opportunamente arrotolata chissà poi perché. Non solo Granata non si accoda alla richiesta della collega di partito ma, peggio, la insulta: «Le dichiarazioni di Angela Napoli sono un misto di superficialità e qualunquismo». Se il Granata di oggi sentisse il Granata di ieri andrebbe decisamente in bestia. Sta di fatto che, all’epoca, in Alleanza nazionale scoppia il putiferio e la maggioranza del partito decide di tirare le orecchie alla Napoli. La quale alla fine abbozza: «Confermo le mie dichiarazioni ma preciso che si trattano soltanto di dichiarazioni personali». Insomma, sola, emarginata. E col piffero che riceve l’appoggio di Granata. Neppure l’altro odierno finiano, Nino Strano, la sostiene. Strano accorre a dar man forte al governatore: «Solidarietà a Cuffaro. Certe richieste di dimissioni sono decisamente fuori luogo». Insomma, la Napoli viene scomunicata con la benedizione proprio del «puro» Fabio. Il quale, dimentico dei suoi trascorsi garantisti, si compiace dei riflettori mediatici che accende su se stesso a suon di zampate antiberlusconiane. La sua mission: graffiare il Cavaliere e il Pdl manco fosse il dipietrista Franco Barbato.
Ora Granata chiede la testa di Verdini, Cosentino e Dell’Utri, dice che «ci sono infiltrazioni mafiose tra gli eletti»; dichiara che «Spatuzza è attendibile sulla strage di via D’Amelio» e, non è un mistero, per le sue uscite fa venire l’orticaria anche a molti «compagni» futuristi. Persino Bocchino talvolta prova fastidio per strampalate uscite del collega. Come quando, con abilità e imbarazzo, Italo s’è smarcato dall’ennesima esplosione di Granata: «Bisogna abbassare i toni. Sia Mantovano sia Granata sono due persone che hanno lavorato sempre per la legalità». Granata aveva appena sputato veleno sul collega di partito parlando di pezzi di governo che impediscono di raggiungere la verità sulle stragi del ’92, chiamando in causa Mantovano per la decisione di negare la protezione al pentito Spatuzza. Non lo possono vedere tutti i finiani moderati ma non lo amano neppure Augello, Viespoli e Menia. Perché, in barba agli elettori che lo hanno spedito in Parlamento, si compiace talmente degli applausi che gli arrivano dalla sinistra, da fare il tifo per la gogna giustizialista. Come quando, in febbraio, davanti a Montecitorio firmò il libro anti-Cavaliere del Popolo viola con tanto di dedica: «Un segnale di vita in questa Italia conformista e ipocrita». Già, ipocrita.
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