Un grande affresco dell’emigrazione italiana

Maurizio Cabona

da Venezia

Messo in concorso l'ultimo giorno del medesimo, Nuovomondo di Emanuele Crialese aveva l'aria di essere, come altri film di questo smorto finale, polvere nascosta sotto il tappeto. Invece surclassa La stella che non c'è di Amelio. Certo, non ci voleva molto... Anche Nuovomondo è - come La stella che non c'è - un film di viaggio, seppure senza ritorno, come era quello degli emigranti di inizio '900. Laureatosi trentenne a New York, il siciliano Crialese vuol rendere omaggio ai siciliani analfabeti che varcavano l'oceano, portando con loro un patrimonio di cultura in senso antropologico-magico, più che in senso nozionistico. L'avevano già fatto altri film italiani e americani, come Il padrino parte II di Francis Ford Coppola, l'unico però ad aver presentato la «quarantena» degli italiani a Ellis Island prima di Crialese. La fase americana, che è il cuore del film, è però raggiunto solo dopo una prolissa preparazione in Sicilia e sul bastimento, che appesantiscono il film (mezz'ora in meno gli gioverebbe). Crialese (quello dell'estenuante e sopravvalutato Respiro) imposta la vicenda in chiave corale, con la famiglia Mancuso come protagonista collettivo, salvo poi dare più risalto al personaggio di Vincenzo Amato (serio aspirante alla coppa Volpi) dal momento dell'imbarco e dell'incontro col personaggio meno credibile e meno riuscito del film, l'inglese (Charlotte Gainsbourg) che emigra con i siciliani per ragioni che restano maldefinite. Crialese ne lascia nel vago le origini, limitandosi a conferirle un alone d'avventuriera, ma si ha la sensazione che il personaggio sia lì soprattutto per trovare finanziatori fuori Italia (nei titoli di testa ci vogliono due minuti per leggere l'elenco dei benemeriti) e magari poi vendere il film anche all'estero, oltre che in Francia, dove Crialese è stato adottato. Insomma, per raccontare il destino amaro dei siciliani angariati un secolo fa dalle autorità d'immigrazione americane, Nuovomondo ha avuto bisogno proprio d'un personaggio anglosassone! Ciò la dice lunga su una subordinazione mai finita... Inoltre è quasi inconcepibile che un'inglese di buon lignaggio (a giudicare dai modi), all'inizio del secolo, si mescolasse ai braccianti italiani. Ma, anche se l'avesse fatto, all'arrivo sarebbe stata separata da loro dalle autorità degli Stati Uniti. E se avesse perduto la cittadinanza britannica, da emigrante «italiana» il matrimonio con un altro emigrante italiano, giunto con la stessa nave, non le avrebbe aperto le porte del Nuovo mondo. Caso mai ci sarebbero volute nozze con uno che avesse già il permesso di residenza.
Altro film in concorso ieri l'unico giapponese, Mushishi (Il signore degli insetti) di Katsuhiro Otomo. Anche questo film è ambientato in un paese povero di un secolo fa; anche questo è un film dove serpeggia, ben più che in Nuovomondo, il soprannaturale. E anche questo è un film da festival, fatto dignitosamente, dove dignitosamente ci si annoia.