La Grande America che non è morta sotto le Torri Gemelle

L’11 settembre poco dopo le tre del pomeriggio mi telefonò da New York il padre di mia moglie: «Sei sulla Cnn?». No, dissi. «Accendi e guarda»: accesi e guardai. La prima torre ardeva come una torcia. Che è successo? Un aereo l’ha trapassata come un ago, disse Lou. Un incidente assurdo. Il primo effetto stabile dell’11 settembre di cinque anni fa è che ogni cittadino cosciente del pianeta Terra ricorda esattamente dove era e che cosa faceva quando seppe, quando vide.
Poi il secondo aereo, la non casualità, la certezza di un attacco aereo alla città di New York con armi non convenzionali. L’immediata partenza di tutte le leggende nere alla Michael Moore: è stata la Cia, sono stati gli israeliani per costringere gli americani a intervenire, sono state le multinazionali, i circoli militari. Tutto come sempre. Per fortuna, in un certo senso, che Al Qaida ha rilasciato proprio in questi giorni il suo documentario firmato sulla preparazione dell’attentato, che dovrebbe mettere fine allo sciocchezzaio sinistrese e paranoico, ma da cinque anni blog musulmani scrivono che non c’era nessun ebreo nelle Torri perché sapevano. La mente, la memoria corre al giorno in cui finalmente potei sbarcare nella New York martoriata, la mia seconda città, la Grande Mela che è anche un pezzo del mio cuore, in tempo per vedere sui muri della città decine di migliaia di foto di bambini e di giovani e di vecchi, tutti che cercano tutti, madri che cercano figli, sposi che si cercano, bambini che cercano genitori, neri, bianchi, ebrei, musulmani arabi e musulmani americani.
Poi l’attacco al Pentagono di Washington, di nuovo la leggenda nera secondo cui l’aereo che ha colpito il Pentagono era una finzione, una montatura, e poi l’aereo precipitato e quasi certamente abbattuto dai caccia americani, anche se si è preferita la versione umanitaria e tonificante di una rivolta patriottica dei passeggeri che preferirono immolarsi pur di bloccare l’attacco successivo contro la Casa Bianca.
Il presidente George W. Bush compì immediatamente un atto politico che pochi ricordano: andò nelle più grandi moschee degli Stati Uniti per dire: pace, non ci sono guerre di religione, l’America è la patria di tutti gli uomini e donne della terra, di ogni razza, religione, colore. Non esiste conflitto fra gli Stati Uniti d’America e l’Islam.
Chi va a New York sa che il tipico tassista americano è un arabo musulmano, o un asiatico musulmano, o un pakistano musulmano, e che costoro sono tutti americani e si sentono americani. Le fantastiche edicole e librerie di New York sono gestite da pakistani, come le lavanderie sono cinesi, le salsamenterie d’angolo coreane, le pizzerie (nominalmente) italiane.
New York è una città musulmana quanto ebrea e cristiana e animista. Tutti i negozi di elettronica sulla Quinta Avenue sono gestiti insieme da palestinesi ed ebrei, la Grande Mela ha un’anima di mille colori, e così l’America che sta diventando asiatica, ex sovietica, giapponese, cinese, vietnamita, circassa, chirghisa, mongola, africana, caraibica (i neri caraibici che colonizzano New York con il loro affettato accento British in salsa creola e il loro disprezzo per i neri di Harlem): mai come ora non esiste un’America della supremazia bianca, wasp, protestante, anche se il bianco ventre nordeuropeo e scandinavo del Midwest resiste nel suo isolamento delle nevi e delle alte cuspidi dei campanili, agli antipodi delle due coste, agli antipodi della Florida e della California.
Nessuno oggi può dare dell’America (che si chiama America perché è l’unico Paese americano che ha posto la parola America nel proprio nome) un’immagine univoca, ristretta, rappresentabile con un solo volto: l’America che fu ferita a sangue l’11 settembre non è una nazione, ma un pianeta parallelo alla Terra, un’altra luna sfolgorante che attrae le razze umane e le lingue e le culture e le ricette di cucina e i dialetti di tutto il mondo, come l’immaginaria e futuribile Los Angeles di Blade Runner e dei suoi consapevoli robot.
Corsi a New York per vedere che aria tirava. Era un’aria che ti entrava in bocca e sapeva di vetri e di frammenti umani, di carbone. A Ground Zero il vento gelido soffiava sulle candele davanti alle foto delle vittime, degli scomparsi e di tutti quei sorrisi di bambini e madri e vecchi e operai e custodi e studenti che non si staccheranno mai più dalla carta. La mente torna all’ultima volta che mangiai sulla torre, le finestre con i sedili da cui penetrare la foschia di New York, il vuoto nel cielo assente di La Guardia Place, il vuoto nel cielo della Settima Avenue, l’angoscia di un mondo di innocenti, di cittadini, di madri con i bambini, di impiegati, quei pompieri come angeli del bene, i loro nomi italiani, il volto nero, i grandi eroi di New York che tornarono a morire dopo essersi salvati per tentare di salvare, e quei corpicini che volavano giù dalle torri, gli esseri umani che si gettavano nel vuoto pur di non arrostire nelle fiamme dell’inferno che il Grande Nemico aveva scatenato su una comunità umana fra le più vive, grandiose, leggendarie del mondo.
L’America era depressa, determinata, sconvolta. Ma, più che altro, in guerra. Non parlo della Casa Bianca, non del Pentagono, non i partiti, le lobby, le multinazionali e i servizi segreti, ma la gente comune era in guerra. Le sirene, gli allarmi, l’improvvisa austerità di ogni «officer», la collaborazione totale di una cittadinanza e di una nazione che attende ordini dal suo comandante in capo, dal suo re repubblicano. Il Presidente americano infatti è un re costituzionale, corretto da un Congresso, ma è un re. Come il re di Francia ha un suo servizio segreto, il Secret Service, che non è la Cia o la Nsa. Sono i moschettieri del re. Il re repubblicano è la nazione, la rappresenta. L’altro re è Rudolph Giuliani, che corre e soccorre ed è ovunque, e che incontro una sera in un ristorante che ora non esiste più: è un onore stringerle la mano, gli dissi banalmente, e lui strinse la mia con un gran sorriso e corse fuori, ricordi minimi che valgono come appunti minimalisti.
Ma chi aveva compiuto un tale delitto? Fanatici o agenti di un nuovo mostro? E quel mostro era davvero Osama Bin Laden? La risposta che veniva data dagli organi di intelligence fu Bin Laden, e subito si scatenarono i complottisti alla Michael Moore gridando: Bin Laden è stato un agente americano, un uomo della Cia, è ancora una volta l’America che costruisce i mostri contro cui poi cerca pretesti per combattere e scatenare guerre di conquista. Conquista di che? Che cosa ha da conquistare l’America, che non ha mai voluto una colonia nella sua storia bisecolare (salvo la lunga tentazione delle Filippine)?
Ma gran parte del mondo era felice proprio per questo: finalmente l’America aveva avuto il fatto suo, anche se chi aveva avuto il fatto suo era la gente che andava a lavorare, le mamme con i bambini che andavano a scuola, gli impiegati delle Torri. Ma l’America finalmente pagava per i suoi crimini, pagava per la sua supremazia, pagava per la sua Coca-Cola (c’è gente serissima che lo dice seriamente) che distrugge in una notte un dente nel bicchiere e persino una chiave.
E questo aspetto di rancore nascosto, inconfessato (ben gli sta, finalmente) veniva mascherato con un’altra finzione: l’elogio eccessivo, forsennato, avvolgente da parte della sinistra europea e della Francia, perché Bush non si muoveva, non muoveva divisioni, navi ed aerei. Semplicemente rifletteva. Bush era un isolazionista, voleva tenere l’America fuori dai pantani europei e mediorientali, aveva disapprovato la guerra balcanica di Bill Clinton, finché non faceva nulla era un bravissimo presidente.
Alla televisione italiana si dibatteva sulla necessità - erano le sinistre a dirlo, Bertinotti in testa - di battere il terrorismo con l’intelligence, l’arte di 007, anche con la sua licenza di uccidere. Ancora nessuno poteva pensare a quello che sarebbe successo quando la Cia aprì davvero le sue prigioni segrete, quando cominciò a funzionare Guantanamo e Abu Graib dove, come scrisse il New Yorker (liberal e democratico), tutto quell’apparato sadomaso, tutti quei cani lupo e quelle umiliazioni, erano state inventate per spezzare nei sospetti l’identità, l’orgoglio.
Bush era circondato da altri guerrafondai, sicuri che il nemico contro cui arrotare le unghie fosse la Cina, e ancora lo pensano, tant’è che tutta la guerra asimmetrica seguita all’11 Settembre viene monitorata dai generali cinesi, che stanno al tavolo del mondo come se fossero al tavolo degli scacchi, mentre la guerra di bassa intensità con l’Islam viene vissuta come una necessità momentanea, ma non come un obiettivo strategico. Di qui la grande apertura americana al Vaticano del papa polacco e più ancora del papa tedesco, e dell’apertura vaticana ad Israele per creare un fronte di identità culturale e religioso, non soltanto militare ed economico, per resistere alla prima crociata contro l’Occidente condotta dall’Islam (e non l’inverso) e prepararsi affinché la generazione che seguirà sia in grado di fronteggiare il confronto con la Cina, mantenendo l’India nell’orbita occidentale insieme al Giappone e stringendo i denti (ma anche gli occhi) per impedire che la Russia di Putin e degli armamenti riciclati possa saldarsi con la Cina. Intanto, l’America non dimenticava che un primo attacco alle Torri gemelle c’era già stato e che il processo aveva dimostrato la determinazione degli attaccanti a distruggere il più noto simbolo americano.
La prima cosa che tutti dissero è che il mondo e il futuro sarebbe stato definito da una linea netta: prima e dopo l’11 Settembre. Nella lingua inglese compariva una nuova parola, pronunciata come «nainelèven», cioè nine-eleven, per l’abitudine inglese di dire prima il mese e poi il giorno, così si dice undici settembre. Era iniziato il mondo del Nainelèven, che suona come Har Maggedon, uno scenario da giorno del giudizio.
L’America si mosse: Afghanistan prima e Irak poi. L’idea era quella dei neocon: abbiamo imposto con le armi la democrazia alla Germania, all’Italia e al Giappone, e il colonialismo britannico ha fatto dell’India la prima democrazia dell’Oriente. Dunque le armi possono portare libertà, diritti civili, leggi. Era cominciato il confronto sull’Irak, tutto politico più che militare, ma il numero dei morti cresceva, mentre libertà e democrazia marciavano lente, benché le donne per la prima volta andassero in fila a votare, noncuranti delle bombe dei terroristi. L’Irak che aveva fiancheggiato Hitler contro la Gran Bretagna, l’Irak che era stato un satellite meridionale e quasi invisibile dell’Unione Sovietica, ora veniva riallineato con l’Occidente, mentre sorgeva il grande problema iraniano e della sua fuga verso il nucleare per distruggere Israele.
Intanto l’America si blindava, computer e supermercati, aeroporti e uffici pubblici, entravano in guerra. Leggi draconiane sui passaporti, i documenti d’identità, le comunicazioni, la sicurezza. Quella guerra l’America l’ha vinta.
Ho qui sul tavolo l’ultimo numero di Foreign Affairs ancora odoroso di stampa. Primo articolo di John Mueller: «Esiste ancora una minaccia terroristica?». Risposta: malgrado i numerosi infausti annunci di prossimi attacchi, non s’è visto nulla dopo «Nainelèven». La spiegazione più sensata, ma anche quella di cui si parla di meno, è che non c’è alcun terrorismo all’interno degli Stati Uniti, e che quello esterno non se la sente di correre il rischio di tentare un attacco.
Ma il problema che si pone è: si tratta di terrorismo, o di una crociata musulmana contro l’Occidente cristiano? I cittadini musulmani di Londra attaccano Londra con una serie di attentati sanguinosi. I cittadini musulmani di Parigi attaccano Parigi non per fame, non per disagio sociale, ma perché intendono distruggere la Francia, che è in larga parte musulmana. Il cancelliere tedesco Schröder impone leggi durissime per l’ingresso e la permanenza in Germania: si deve superare un esame di ammissione in tedesco e dimostrare di conoscere e rispettare le leggi. Angela Merkel rincara la dose. Da noi Prodi cerca di far cassa di voti concedendo la cittadinanza a tutti gli immigrati, senza curarsi del fatto che quelli musulmani non si integreranno mai, né loro né i loro figli, o che almeno una parte di loro non lo vorrà mai fare, mentre in Svezia i giovani svedesi musulmani arabi indossano magliette con impresso l’anno in cui contano di prendere il potere etnico e politico.
Sono passati cinque anni, il mondo è un altro mondo. Le nostre sinistre sono più o meno duttili, quando non amiche strette dei fondamentalisti, anche quando fanno finta di mostrare il viso dell’arme. Il mondo è un altro mondo, difficilissimo, drammatico, e tuttavia è quello in cui dovremo vivere e combattere, e dovranno vivere e combattere i nostri figli.
p.guzzanti@mclink.it