Il grande bluff di un’Unione

Federico Guiglia

L'equivoco rischia di rimettere in discussione una delle (poche) conquiste della seconda Repubblica: la stabilità di governo. L'equivoco consiste nel fatto che il centrosinistra, tutto teso al ritorno a palazzo Chigi, non ha ancora spiegato come intenda garantire la continuità dei cinque anni, se dovesse riuscire nell'intento. Nel '96 ha cambiato tre capi dell'esecutivo e quattro governi, più un successivo candidato per la presidenza del Consiglio pur di reggere fino alla fine della legislatura. E in precedenza, si sa, le cose andavano ancora peggio. Le maggioranze erano non solo “a geometria variabile” ma pure a fisarmonica: s'estendevano e si contraevano a piacimento dei suonatori. Dal monocolore al pentapartito, abbiamo conosciuto davvero di tutto, compreso il governo balneare che durava un'estate al mare, proprio come la nota canzone.
Tuttavia, da allora s'è affermata la novità istituzionale che chi comincia l'opera ha la possibilità di finirla. E sull'onda delle ultime elezioni abbiamo avuto stessa maggioranza e stesso presidente del Consiglio per la durata del mandato. Non può sfuggire il risvolto internazionale della stabilità di governo in Italia, Paese che per mezzo secolo si è presentato agli appuntamenti col mondo forte della debolezza d'una cinquantina di governi con relativi primi ministri e ministri sempre diversi; esattamente l'opposto del resto d'Europa, i cui principiali presidenti e cancellieri erano sempre quelli; nessuno li rovesciava in corso d'opera.
Poiché Romano Prodi si candida a guidare l'esecutivo, e poiché già una volta è stato esautorato in Parlamento da colui che a sua volta si candida alle primarie del centrosinistra per diventare proprio l'antagonista casalingo di Prodi, dovrebbe essere utile per tutti sapere in che modo l'Unione intenda assicurare la continuità istituzionale; ossia che Prodi è “a prova” di sgambetti. D'altronde, non era stato lo stesso interessato a sollecitare un impegno dei suoi alleati in tal senso? Ma la questione posta è rimasta appesa per aria. Perché più che i giuramenti di fedeltà, categoria inesistente in politica, dovrebbero essere i comportamenti lineari e decisi la prima garanzia della stabilità. Ma Prodi non prende posizione su quasi nulla, benché esortato a farlo su tutto. Persino sulla questione morale ha speso il minimo di parole, e a scoppio ritardato. Non s'espone, è evidente, per evitare d'accontentare un alleato scontentandone subito un altro. Con l'indecisionismo salva la “par condicio” dei diversi e così diversi partiti a suo sostegno. Ma in questo modo ancora non si sa come il candidato designato la pensi, in dettaglio, su tutte le rilevanti questioni del Paese; né quale sarà il suo programma di governo a otto mesi dal voto. L'unico elenco che Prodi ha finora compilato è quello delle leggi approvate dal centrodestra che il centro-sinistra preannuncia di voler abrogare, se avrà la maggioranza alle Camere. Più o meno sappiamo, dunque, “contro” che cosa sia schierata l'attuale opposizione. Ma non a favore di che cosa essa sarà. Persino in politica estera abbiamo compreso che il centrosinistra ha in antipatia l'America di Bush, ma non si sa quale sarebbe la “nuova” strategia internazionale dell'Unione condivisa da Bertinotti, l'alleato concorrente e necessario. Eppure né alle ultime elezioni in Spagna né a quelle prossime in Germania le pur contrapposte opposizioni ai governi si sono presentate senza un “loro” progetto. Si dirà che in Italia alla cosa stanno lavorando la “Fabbrica delle idee” e la “società civile” a cui Prodi fa affidamento. Ma forse sarebbe ora che ci facesse conoscere anche il suo pensiero, invece che affidarsi al pensiero rigorosamente altrui.
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