Il grande circo del funerale da re

Tony Renis e Zucchero Fornaciari, vecchi compagni di merende, li aveva certamente messi nel conto. Così come Romano Prodi, della cui faccia si potrà finalmente dire che era perfettamente intonata all’evento, e l’impresario Lele Mora, il più insigne rappresentante di quel mondo dello spettacolo un po’ ordinario e cialtrone, se vogliamo, col quale il Maestro, chissà perché, si era mica mal confricato negli ultimi tempi. Bocelli e la Kabaiwanska, certo, come no. Ma un Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu? E le Frecce Tricolori che sfrecciano sulla verticale del Duomo di Modena, come a dire che tutta l’Italia manda il suo ultimo saluto a colori al grande tenore? E l’ambasciatore americano Ronald Spogli, venuto a significare con la sua muta presenza che tutti gli Stati Uniti, dal Nebraska al Colorado, mica solo il popolo del Metropolitan, si stringono intorno al caro estinto? E la Bbc e la Cnn che mandano l’evento in diretta fino ai più remoti recessi del pianeta, isole Curili comprese? Perfino lui, Luciano Pavarotti, mai sazio com’era di applausi e di delirio collettivo, sarà rimasto un po’ frastornato, guardando di lassù, molto più in alto delle Frecce Tricolori, di fronte all’immenso show allestito intorno a quella bara d’acero modello king size che campeggiava ieri pomeriggio nel Duomo della sua città natale. Mancavano solo José Carreras e Placido Domingo, fra i banchi spalmati di celebrità; e vigliacco se qualcuno si è accorto, di questa fragorosa assenza. Ma non erano amici per la pelle, i tre tenori?
È stato un funerale da re, da capo di Stato, da Papa. Uno di quei funerali disgraziati in cui i presenti non hanno tempo per recitare preghiere, o per riandare col pensiero ai sorrisi, alla storia personale, alle emozioni e al senso che la vita di chi infine giace con i piedi rivolti al cielo ha avuto. Avete visto le facce dei cinquantamila che sfilavano sotto gli occhi delle telecamere? Di loggionisti in lacrime; di persone realmente commosse davanti al mistero dell'uscita di scena di una persona cara ne avremo contate due dozzine. Gli altri ridevano, saltavano, si spellavano le mani, dandosi di gomito e trillando l’uno nell’orecchio dell’altro: «Ehi, ma hai visto? C’è anche Bono Vox. E quella è Milly Carlucci... Quello invece è Zeffirelli. Ma sì, ti dico che è lui: hai visto com’è invecchiato? E quella signora in età? Non è la Fracci?».
Alte, sulle teste di Jovanotti e di Gianni Morandi, di Francesco Rutelli e del ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata volavano le note dell’Ave Maria cantata da Raina Kabaiwanska e dell’Ave verum corpus intonato da Bocelli. Ma volete mettere l’emozione suscitata in platea dalla comparazione tra i volti delle due donne di Pavarotti? La vedova Nicoletta, bella e semplice, in lacrime, un ciao con la mano lanciato di lontano alla bara. Poco più in là la prima moglie, Adua: fredda e composta, le labbra arcigne dipinte di un rosso vagamente esagerato, due fili di perle su un décolleté sfiorito, il biondo eccessivo, il ciglio pervicacemente asciutto.
Ah, ce ne sarà, per i settimanali femminili. Ah, se ce ne sarà.
Le lacrime: quelle vere di Nicoletta Mantovani; il visetto smarrito e compunto della piccola Alice, che si guardava intorno senza neppure capire che stava succedendo, povera anima, e che si porterà «nel suo cuore bambino» il ricordo di quell’orco che le sorrideva e la faceva saltare sulle ginocchia; i volti composti e impenetrabili delle figlie di primo letto di Big Luciano sono stati divorati, sezionati, interpretati, sbranati senza verecondia dai milioni di occhi di chi già crede di sapere che quelle lacrime mica eran vere. Andiamo: è stato come nella Bohème, nella Turandot, almanaccavano le pie donne in piazza. E se poi erano vere, si dicevano, son niente di fronte a quelle che sgorgheranno all’apertura del testamento del caro estinto. E chissà che battaglia, e che colpi bassi, e che parcelle di avvocati, e che mulinare di carta bollata, intorno al corpaccione del grande tenore che per tutta la vita si rifiutò di sapere che differenza passa tra un la bemolle e un do diesis, e fece ugualmente piangere e sognare capi di Stato e parrucchieri, scienziati e bidelle. E se ne è andato come se ne vanno i grandi, mentre la folla guarda altrove.
Luciano Gulli