Il Grande Comunicatore che risponde col silenzio

Ho letto sul Giornale che uno dei componenti dell’Authority per la privacy, l’ex verde (ora vergine componente dell’Authority in questione) Paissan si sfoga e dice tra l’altro: «Abbiamo commesso un grosso errore di comunicazione, abbiamo fatto passare un provvedimento a favore dei cittadini come un provvedimento a favore di privilegiati». Tutti i membri del Governo e tutti i sinistri deputati e senatori a ogni intervista, ai tempi della Finanziaria-mostro, solevano rispondere alle obbiezioni sulle nefandezze della stessa, con un ritornello: «Abbiamo commesso un grosso errore di comunicazione». Dott. Granzotto mi illumini, perché adesso gli errori politici si chiamano «errori di comunicazione»?
Serafino Guida La Licata e-mail


Provincialismo, caro La Licata. La sinistra è sedotta - fino al rimbambimento - dalle espressioni rituali e dalla prassi della politica yankee e se ne appropria alla maniera dell’americano a Roma di Alberto Sordi. Sgangheratamente. «Errore di comunicazione» è, appunto, una formula della politica, del commercio e della finanza americane adottata per sostituire i più ruspanti «mi sono spiegato male» o «le mie parole sono state mal interpretate» ai quali non abboccava più nessuno, sempre che qualcuno ci abbia mai abboccato. Attribuendogli il significato - siamo sempre al Nando Moriconi di Alberto Sordi - di «imbonire», comunicare e comunicazione hanno finito per diventare le parole feticcio del gabinetto Prodi. Il quale può addirittura contare su «il Comunicatore», come viene con rispettosa ammirazione chiamato Silvio Sircana, portavoce unico-e-per-decreto dell’intera centuria governativa. Volto e voce, ma soprattutto volto, del governo Prodi. Quello che piace tanto a Enzo Biagi.
Sircana. Io ce l’ho un po’ con il Comunicatore. Non tanto perché come volto, immagine di un governo della Repubblica risulti un tantinello imbarazzante (Right or wrong, is my Country. Non dicono così gli yankees?). Ma in quanto potendolo fare non ha evitato, a noi del Giornale, quel subisso di ingiurie molto pesanti, molto plebee, profferite dalle labbrucce e dalle penne di rosa dei politici e dei cari colleghi liberi, indipendenti e democratici. Accusati d’averci inventato la scellerata balla delle foto, invece di starsene lì a menare il can per l’aia avrebbe potuto comunicare - è il suo mestiere - ai direttori di giornali e tiggì quanto segue: oh, ragazzi, andateci piano. Io di quelle foto nulla so, però ora mi par di ricordare che in una sera di mezza estate facendo una delle mie solite stupide deviazioni di percorso finii in un certo viale e lì scambiai due chiacchiere con un simpatico battone in minigonna, certi tacchi a spillo alti tanto e le tette di fuori. E magari, hai visto mai, per quella jella che tiene dietro allo staff di Romano come le mosche al miele, c’era nei paraggi un paparazzo. Per cui se non volete poi fare una figura di cacca (che regolarmente fecero) abbassate i toni. Invece come andò? Andò che Sircana, invitato a pronunciarsi sull’argomento, affermò con sussiego: «La mia risposta è il silenzio». Il silenzio. Il massimo, per un Comunicatore (che piace tanto a Enzo Biagi).