La grande direzione di Muti riscatta un «Otello» modesto

La sua concertazione dà risalto ai Wiener Philharmoniker. Non all’altezza la compagnia di Canto. Napolitano in prima fila

da Salisburgo

Paradiso dei turisti musicali, eccitazione dei sensibili alle cose belle dell’universo, il Festival di Salisburgo offre più pudicamente del solito le sue meraviglie: meno divismo nelle fotografie degli artisti nelle tante vetrine, più voglia di concerti ed opere alla grande, nervosismo per le furberie d’agenzia...
Spazzato il Don Giovanni mozartiano d’apertura, con la spaesata direzione di Bertrand de Billy e la regia in salsa tedesca di Claus Guth, spalleggiato da un drammaturgo ufficiale per correggere l’autore, l’attenzione si è riversata subito su Otello. Purtroppo è uno spettacolo non solo tradizionale, con la solita scenografia fatta di un cortile con i soliti finestroni simmetrici, ma la regia di Stephen Landridge mescola alla rinfusa gesti da verismo italiano e simbologie confuse alla tedesca. Anche la compagnia di canto non è all’altezza delle grandi interpretazioni del passato: i protagonisti sono giovani russi poco noti, Alexandres Antonenko e Marina Poplavskaya; lei grintosa e cocciuta fino a disegnare un personaggio che potrà diventare interessante, ma un po’ grezza; lui educato, preciso, resistente, ma ancora molto lontano dalla personalità scura e dominatrice di Otello. Sono invece spalleggiati da Carlos Alvarez, espertissimo antagonista.
Così, uscendo, le impressioni più forti sono sulla concertazione di Riccardo Muti, soprattutto realizzata con i Wiener Philharmoniker. Seguire Muti nel corso delle varie riproposte di un’opera vuol dire addentrarsi in un percorso ricco e imprevedibile. Qui la cosa che colpisce di più è come mette a fuoco tutti i dettagli del linguaggio strumentale e corale, ma come in funzione di un continuo disfarsi delle situazioni. La sua tragedia è presente già nell’amore fra Otello e Desdemona, che è quasi visto come un costante tentativo di trovarsi, che diventa un allontanamento. Ma tutto il senso del male è presente, serpeggia, costringendoci a riguardare la partitura e a pensarci su a fondo.
Muti, che ha avuto accoglienze trionfali già dalla prova generale, è il protagonista del Festival 2008: dirigerà anche Il flauto magico di Mozart, unica ripresa della stagione che offre tante produzioni nuove, e il concerto per i cent’anni dalla nascita di Karajan con il «Requiem» tedesco di Brahms.
È un momento qui di onori alla musica italiana. Non per nulla è apparsa naturale la presenza autorevole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, peraltro una persona che si incontrava spesso ai concerti per la sua passione genuina. Ed è sembrato un giusto e accurato punto della situazione il periodo di giorni dedicati al compositore Salvatore Sciarrino.
Si sente anche, come sempre, parlar molto italiano per le strade della città. Gente di tutti i tipi, età, classi sociali, mozartiani per la pelle e loggionisti internazionalizzati, che vengono qui per godere tra un pubblico più pronto all’entusiasmo che non alle classiche polemiche fra esecutori o alle defaillance eventuali dei cantanti. Un pubblico che qui può ascoltare uno dopo l’altro i maggiori pianisti, come Zimerman e Pollini e può assaporare in un concerto Barenboim come pianista diretto da Boulez, quel che si dice un concerto al top. Il clima qui a Salisburgo, a parte le intemperanze meteorologiche che incombono con improvvisi acquazzoni, è umanamente inconfondibile per questo miscuglio di orgoglio anche un po’ presuntuoso e di prontezza ad entusiasmarsi quando incontra dei valori anche innovativi d’alto livello.
E con la stessa festa che fa al suo Mozart, nato qui, può accogliere con strepitoso entusiasmo Verdi, almeno quando sul podio Muti impone la sua grandezza. Dopo il ricevimento in suo onore offerto dal presidente austriaco Heinz Fischer, al termine del suo soggiorno a Salisburgo Napolitano ha detto di preferire Otello a Don Giovanni: «Sono naturalmente due opere molto diverse, ma certamente l’Otello è quello che mi è più vicino».