Un grande discorso, ma Barack sarà un grande presidente?

Il discorso di insediamento è stato all’altezza delle aspettative, ma ora Obama deve dimostrare di essere uno statista. E le premesse non sono incoraggianti<br />

Non ha deluso, Barack Obama. Doveva pronunciare un grande discorso di insediamento e così è stato.In queste occasioni , d’altronde, dà il meglio di sé. Grande oratore, ha il passo del predicatore e davanti a una folla immensa, come quella di ieri sulla spianata del Mall di Washington, si esalta.

Nel segno dei predecessori. Barack Obama ha reso omaggio a Bush e non ha negato che l’America è in crisi, biasimando “lavidità di pochi”, ma si è detto fermamente convinto che l’America ce la farà. A condizione che resti fedele alla propria vocazione, all’insegnamento dei padri fondatori. Contrariamente alle aspettative non ha citato Franklin Delano Roosevelt, né John Fitzgerald Kennedy, né Martin Luther King, ma si è ispirato ad Abramo Lincoln, il presidente della riconciliazione nazionale dopo la guerra civile del 1865. Obama vuole essere il presidente non solo dei democratici che lo hanno votato il 4 novembre, ma di tutti gli americani, repubblicani compresi. E per essere tale ha promesso una presidenza all’insegna della trasparenza, della correttezza e, soprattutto, del senso di responsabilità. Ha invocato la speranza contrapponendola alla disperazione, ha invitato l’America a a reagire a non rassegnarsi a dimostrare al mondo di non essere una potenza in declino. Il suo discorso è piaciuto e tanto, anche se non ha raggiunto le vette di Ronald Reagan.

Ma dopo? Passata l’euforia per l’insediamento, a cui hanno assistito dal vivo oltre 4 milioni di americani e in tv centinaia di milioni di persone, Obama dovrà rimboccarsi le maniche. Sarà davvero il presidente del cambiamento? C’è da dubitarne. Scremata la retorica ci si accorge che ormai è diventato il presidente dell’establishment soprattutto in due ambiti: Finanza e Difesa. E basta scorrere l’elenco dei suoi collaboratori per averne conferma. Il ministro dell’economia Geithner e il superconsigliere Summers sono legati a doppio filo a Rubin. E chi è Rubin? E’ l’ex ministro del Tesoro di Clinton, che nel 1999, avviò la deregolamentazione dei mercati finanziari che è all’origine dell’attuale crisi e ora è presidente di Citigroup, il colosso bancario che lo Stato ha dovuto salvare a due riprese. Sì, Obama va molto d’accordo con la casta dei manager di Wall Street.

Il Pentagono plaude. E anche con i papaveri del Pentagono: non a caso ha confermato il ministro della Difesa di Bush, Robert Gates. E ha nominato suo vice William Lynn, noto lobbista dell’industria delle armi. E’ così che il nuovo presidente intende combattere «gli interessi particolari» e la corruzione di Washington?

Il dubbio. Attenti dunque all’euforia di queste ore. Sognare con Obama può essere bello, esaltante, fa sentire migliori. E in questo momento di crisi la gente ha bisogno di speranza. Ma poi contano i fatti. Non illudiamoci: Barack Obama per ora che un riformatore appare come il presidente della continuità.