La grande festa di Bossi e famiglia: «Vince il Paese, non solo il Nord»

Il capo della Lega a Palazzo Madama: «Ci sono voluti 18 anni». Battute con Giovanardi. E Maroni attacca Follini

Adalberto Signore

da Roma

«Ci sono voluti diciotto anni, diciotto anni...». Umberto Bossi si alza e stringe il pugno destro in segno di vittoria. È il suo tributo all’Aula del Senato che gli ha appena «regalato» la tanto agognata riforma federale. Diciotto anni, dice Bossi, con un pensiero a quel del 2 luglio del 1987 quando la Lega Lombarda fece per la prima volta il suo ingresso in Parlamento. E come in un flash back, insieme al Senatùr, su quel palco d’onore c’è tutta la storia della Lega. C’è Giuseppe Leoni, il compagno d’avventura di Bossi in quella prima discesa su Roma (lui alla Camera e l’altro al Senato). E pure la moglie del Senatùr, Manuela Marrone, che del Carroccio è uno dei fondatori nonché - dirà durante i festeggiamenti al gruppo parlamentare leghista Silvio Berlusconi - «l’angelo custode che vigila su di te».
Al Senato, Bossi e famiglia (ci sono anche i tre figli Renzo, Roberto Libertà e Sirio Eridano) assistono alle dichiarazioni di voto per quasi due ore. Parlottando di tanto in tanto, con il Senatùr che da indicazioni ai figli su questo o quel senatore. Durante i lavori lo vanno a salutare in molti, primi fra tutti i ministri della Lega. «Bisogna stare attenti - gli dice con un pizzico di timore Roberto Maroni - perché abbiamo solo sette voti di vantaggio». Passano per una stretta di mano anche gli alleati, da Renato Schifani a Ignazio La Russa fino a Carlo Giovanardi («l’hai sfangata un’altra volta, diavolo che non sei altro», gli dice il ministro; «porcellone democristiano», replica con una risata Bossi). Poi il voto, gli applausi dell’Aula e il cenno di saluto del premier al leader della Lega. Si brinda, prima nello studio di Schifani, con tutti i ministri leghisti, Gianfranco Fini, Francesco D’Onofrio, Aldo Brancher e molti altri. Bossi taglia una torta con la scritta verde «obiettivo raggiunto». Roberto Calderoli - che a qualche collega dell’opposizione ha confidato di volersi dimettere da ministro delle Riforme perché «ora il mio lavoro è finito e sono più utile qui in Senato» - esulta e sfoggia una cravatta verde con l’immagine di Bossi dipinta a tempere. Il leader di An abbraccia la Marrone e si diverte a «servire» pasticcini ai figli del Senatùr. In televisione passa un servizio con Marco Follini e Maroni non si trattiene: «Ora te lo possiamo dire, ma vai a quel paese...». Giù risate.
La festa si sposta al gruppo parlamentare del Senato. Ancora un quadretto familiare, con Bossi seduto in poltrona a «spipacchiare» il sigaro, la Marrone dietro di lui, Giulio Tremonti alla sua sinistra e Berlusconi a destra. «Con questo successo - dice il premier rivolto al Senatùr - ora avrai una marcia in più. E pensare che quando abbiamo preso questo impegno, gli altri non credevano che ce l’avremmo fatta». Eppoi, «mi sembra che sei diventato più moderato». «Mia moglie - ride Bossi - non la pensa così...».
Poi il Senatùr entra nel merito della riforma, perché - dice - oggi ha vinto l’Italia, non solo la Padania». «L’opposizione - spiega - dice stupidaggini e la gente se ne accorgerà. Questa riforma non spacca il Paese, anzi evita proprio il rischio della spaccatura». «Certamente - aggiunge - si può migliorare perché nulla nasce perpetuo, tuttavia si è scelta la via giusta, quella democratica delle riforme».
Bossi è entusiasta, ride e scherza con tutti. «Quella di oggi - dice - è una giornata storica per la democrazia. Avevamo davanti due strade, quella della galera, della violenza e dei fucili e quella della partecipazione democratica che ha vinto». E ancora: «Mi davano del matto quando parlavo di federalismo, ora pensiamo al prossimo passo, il federalismo fiscale». E la secessione? «Certe esigenze non ci sono più e Berlusconi in questo processo ha avuto un ruolo fondamentale». «Stasera - assicura Bossi - chiamerò Ciampi». Ora, il prossimo passo sarà il referendum confermativo. «Non ho paura», spiega Bossi. «Gli italiani voteranno la riforma nella stessa maniera in tutto il Paese: non ci sarà un’Italia spaccata in due», aggiunge il Senatùr. Chiosa ridendo Giancarlo Giorgetti: «È sempre il più grande. Ora vuole invertire l’onere della prova. Insomma, se non passa il referendum è colpa di chi non l’ha votato perché vuole spaccare l’Italia».
La festa continua, si inneggia a Bossi e si canta «chi non salta comunista è» e anche Berlusconi non resiste e si concede qualche saltello. Se la ride pure Giorgetti, soddisfatto del risultato raggiunto. «Ma come vi siete vestiti - dice a un gruppetto di giovani militanti costretti alla giacca e cravatta dal regolamento del Senato - sembrate usciti da Oxford o da Cambridge...». Verso le dieci di sera iniziano i primi saluti. Va via anche Bossi e chi gli chiede se ora che ha incassato la devoluzione ha intenzione di dimettersi da segretario federale della Lega, risponde sfoderando un sorriso. E indica una persona calva che gli sta accanto: «Mica posso lasciare la gente così senza capelli».