GRANDE FRATELLO, TROPPA RETORICA

È andata anche questa, e si sa che finito un Grande Fratello se ne fa subito un altro, si pensa alla prossima edizione, si organizzano le nuove selezioni (cestinansi ragazzi brutti, richiesta sana e robusta costituzione, titolo di studio non necessario, graditi i militesenti, no ex rapiti - già dato -, no lingue straniere, no italiano corretto, sì perditempo, obbligatorio saper scandire «sono un ragazzo sincero» - se maschio - e «sono una ragazza solare» - se femmina - ma va anche bene la frase unisex «sono qui per una sfida con me stesso»). Cosa resterà in mente di quest'ultima edizione? Forse l'emozione di sorella Alessia Marcuzzi (non nel senso di suora ma di sorellanza con i concorrenti, di adesione quasi anagrafica alla loro avventura, tanto da farle scappare di mano la trasmissione più di una volta per lo spirito cameratesco che la legava ai ragazzi). Forse rimarrà in mente la concorrente cinese che ha pagato, dopo un primo momento di entusiasmo popolare, proprio il fatto di essere cinese (si potrà dire che i cinesi vengono visti come una minaccia invadente in tutti i campi, persino quello di un reality?). Forse rimarranno in mente anche le scene sempre più grottesche dell'entrata e dell'uscita dalla casa del Grande Fratello, piene di pathos sovreccitato in chi la deve varcare all'inizio, colme di isteria altrettanto incontrollata in chi la deve lasciare alla fine davanti a una folla di figuranti specializzati in pacche sulle spalle e strattonamenti festosi buoni per ogni partecipante e per tutte le stagioni. O forse a rimanere in mente sarà la sedimentazione di quella ricorrente «retorica da reality» che si sta configurando come una vera moda dialettica, un tipo di pensiero codificato entro canoni precisi di comunicazione, una sorta di luogo comune ad uso delle telecamere che fa tirare in ballo ad ogni concorrente termini concettualmente spropositati in rapporto al poco che sono chiamati a fare, oltretutto per gioco. Dichiarazioni che descrivono la partecipazione a ogni reality, e poi la commentano a trasmissione conclusa, come una sorta di battesimo esistenziale, di cimento caratteriale, di test evolutivo, di sfida contro le avversità della vita, di misura del proprio coraggio, di testa a testa con un duro destino da domare. A sentirli sembra che questi ragazzi siano chiamati per andare al fronte, o ad un appuntamento con la storia. Invece entrano in una fattoria, in una «music farm», in una casa di Cinecittà dove partecipano a un gioco in cui vengono giudicati, più che per tale presunto sfoggio di impegnativi valori degni di miglior causa, per ben altri motivi. Nella migliore delle ipotesi per la simpatia, e nella peggiore per le intemperanze corporali.