La grande fuga dei prof dalla scuola senza carisma

Nel 2005 hanno lasciato la cattedra 30mila insegnanti. L’età media è salita a 48 anni. La professione è sempre più femminile. La scrittrice Paola Mastrocola: «Mancano gli uomini e c’è poca autorità»

Vittorio Macioce

Le sale professori hanno tutte lo stesso odore. Gli armadietti in legno con le chiavi che penzolano, le sedie vuote, giornali aperti e letti in fretta, un cappotto abbandonato sul tavolo, due donne chiacchierano di figli, mariti e del tempo che passa. C’è qualcuno che entra con il caffè in mano, saluta e non parla. Una professoressa dice che questa pausa tra un’ora e l’altra è il momento peggiore della giornata. Ti guardi intorno, guardi i tuoi colleghi e ti vedi riflessa in uno specchio. È il male oscuro di questa professione, che tanti anni e tante parole fa ha cominciato ad ammalarsi e non ha più finito. «Depressione», forse bisogna partire da qui. Paola Mastrocola, un giorno ha spiegato, da professoressa, la scuola al suo cane. Racconta di prof attempate con l’ombelico al vento e ragazzi del ginnasio che non sanno fare il vecchio dettato: «Hanno problemi con l’ortografia. Qualche volta mi chiedo se scrivere un pò invece di un po’ sia un vezzo». Dice che gli insegnanti non sono tutti uguali. «Ci sono gli innovatori. Quelli convinti che la scuola debba sempre cambiare. Seguono tutte le riforme. Insegnano poco ma coinvolgono molto. Con loro gli studenti timidi sono spacciati. Chi non partecipa è un reazionario. Altra categoria: i missionari. Per loro gli studenti sono indios da salvare. Spesso con gli stessi risultati. Ci sono poi quelli come me: staffettisti. Noi pensiamo che sia nostro dovere trasmettere l’eredità che ci arriva dal passato agli studenti. Non vogliamo che la nostra cultura venga dimenticata o si disperda. Noi insegniamo agli individui e ci illudiamo che una parte del nostro sapere resista alla morte. È quello che un tempo facevano i maestri».
I maestri sono spariti. Ormai è un lamento. La professoressa Mastrocola è convinta che la scuola, come la famiglia, abbia bisogno di un padre e di una madre. La figura maschile serve a dare autorità. Forse il bullismo nasce anche da questo. Forse. Poi pensi che i professori sono semplicemente caduti dalla cattedra. I sociologi raccontano che è questione di ceti. Gli insegnanti sono scivolati ai margini della classe media, uno smottamento lento ma inesorabile verso il basso. La professione è blindata, da oltre dieci anni i nuovi ingressi sono centellinati. L’età media è 48 anni e sale se non si tiene conto della scuola materna e elementare. Questo significa che metà dei docenti italiani è nato prima del 1953. Solo l’8,2 per cento ha meno di 35 anni. Un’indagine dell’istituto di ricerca Iard, Gli insegnanti nella scuola che cambia, sottolinea che ormai questa è una professione al femminile. I maschi sono pochi ed è il segnale che la carriera in cattedra non attrae. Gli uomini - dicono sempre i sociologi - tendono a lasciare spazio alle donne quando un lavoro diventa di «contenuta desiderabilità sociale». Detto in altri termini gli uomini puntano ad accaparrarsi gli stipendi migliori. Se fuggono, qualcosa non va. «La mentalità impiegatizia - scrive Alessandro Cavalli, che ha curato l’indagine Iard - è penetrata profondamente nel nostro corpo docente e nei suoi organismi di rappresentanza. A questo punto solo la concorrenza tra istituti scolastici, siano essi pubblici o privati, può ridare speranze ad un ruolo appassito». Questo significa gettare le basi per scuole che, per sopravvivere, devono offrire ogni giorno un prodotto migliore. Il professore diventerà così un “professionista dell’istruzione”. Tanto più alta sarà la sua «fama» tanto maggiore sarà il suo onorario. Ma le ricette dei sociologi, di solito, non piacciono ai professori. Bisogna tornare alla realtà.
La grande fuga. Suona l’ultima campana. La professoressa dice di avere 35 anni. Non sembra. È una ragazzina. Insegna in una scuola privata di Roma, una di quelle dove gli anni si recuperano in fretta. Si chiama Maria. È una giornata da ricordare. In classe i ragazzi le hanno detto: «Prof facciamo l’Iliade?». E poi: «Prof leggiamo Sciascia?». Ancora non ci crede. La scuola, quella di Stato, è per lei un fortino occupato. Ci sono i vecchi, quelli che sono arrivati prima. È il simbolo di una vocazione nata nell’era sbagliata. La sua generazione è rimasta ferma un giro. E ormai è troppo tardi. L’esodo è iniziato, ma finirà troppo tardi. I professori di ruolo stanno lasciando la scuola, in anticipo sui tempi. Se ne vanno in pensione per paura di una grande riforma. Quest’anno le richieste sono aumentate del 40 per cento. L’anno prima hanno detto addio alla cattedra 29.793 professori o maestri e 638 presidi o direttori. In futuro saranno sempre di più. Una proiezione della Cisl-scuola prevede un picco fra otto anni. La gente lascia per età, ma anche per disillusione. Molti si lamentano per i soldi. Una professoressa di Napoli, scuola media in corso Vittorio Emanuele, zona residenziale, si fa i conti in tasca: «Diciannove ore a settimana più i consigli di classe e collegi docenti, attività di orientamento e accoglienza degli alunni. Sette ore al mese di aggiornamento, correzione compiti altre 6 o 7 ore. Sono di ruolo da 18 anni. Sa quanto prendo? 1.400 euro netti». Il confronto con gli studenti spesso è deprimente. «L’alunno tipo arriva con scarpe da 300 euro, cappelli e cartelle firmate. A Natale si fanno due settimane a Cortina. Il guaio è che vivono in famiglie “particolari” dei Quartieri Spagnoli, genitori disoccupati ma che vivono nel lusso. Un alunno di prima media, undici anni, mi ha detto: “professore c’avite nu cellulare preistorico”. Poi mi ha mostrato il suo, ultima generazione, con fotocamera e cinepresa».
Ai professori si chiedono compiti troppo alti. Sostituire le famiglie e fare da avamposto quando lo Stato non c’è. Fallire è la cosa più facile del mondo. All’inizio ti senti frustrato e colpevole, poi te ne freghi. Camillo Di Menna è il preside dell’istituto professionale Albe Steiner di Torino, quello per grafici, quello del video. Uno studente down viene insultato e picchiato davanti alla telecamera di un telefonino. Si è spaventato. Ha pianto. Poi il video è finito su Google, come testimonianza o come trofeo. «Mi sono chiesto cosa potevo fare o dire. Sa cosa mi hanno detto i ragazzi per giustificarsi? Abbiamo solo fatto finta di picchiarlo. Volevamo girare un film. Per questi qui tutto ciò che diventa virtuale non è più reale». Cioè? «Se un fatto di cronaca diventa un video perde la sua dimensione fisica. Non è mai accaduto. È solo finzione». Corollario: se questa teoria è vera, gli insegnanti non possono che arrendersi. Mandate i marines.
Alessandro Banda è un professore fortunato. Scrive buoni romanzi: La verità sul caso Caffa; La città dove le donne dicono di no. Ma soprattutto insegna a Merano, nella provincia autonoma di Bolzano. Qui un professore con 30 anni di carriera guadagna 2.500 euro. «Ma lavora di più. Le ore extrascolastiche sono 220 l’anno contro le 80 del resto d’Italia». Banda è un conservatore. Dice che la scuola è sempre stata così e chi vuole cambiarla si agita inutilmente. Il professore è un ruolo bellissimo e lo stipendio non cambia nulla. Se uno non è bravo non è colpa dello stipendio. «E in fondo - rivendica - siamo stati il mestiere che ha testato il precariato». Banda sa anche sorridere degli errori dei suoi studenti. Una ragazza le ha riassunto così i Promessi Sposi: «Ci sono tre preti, Don Abbondio, Don Cristoforo e Don Rodrigo, che non devono far sposare una monaca di Monza con un certo Renzo». Lui da qui è partito per scrivere Scusi, prof, ho sbagliato romanzo. La scuola come mondo capovolto.