La grande fuga del professore

Erano nell'aria le dimissioni di Domenico Siniscalco, economista e per puro caso ministro del Tesoro. Erano nell'aria e non certamente per i motivi che Francesco Giavazzi dice dalle colonne del Corriere della Sera, cambiando ancora una volta giudizio sul ministro del Tesoro con la stessa rapidità con cui si cambia una camicia. Appena una settimana fa, infatti, Giavazzi riempì Siniscalco di contumelie sol perché non si era dimesso di fronte alla difesa di Fazio da parte del governo e oggi lo incensa perché attribuisce le sue dimissioni alla permanenza del governatore. Errori uno dopo l'altro. Di Giavazzi e di Siniscalco. Le cose, infatti, stanno in tutt'altra maniera. I lettori sanno che da sempre abbiamo criticato Siniscalco ritenendolo privo di capacità politiche oltre che di visione economica generale. In oltre un anno alla guida del ministero dell'Economia Siniscalco non ne ha indovinata una. L'economia italiana è andata in recessione nell'ultimo trimestre dello scorso anno e nel primo del 2005 senza che il ministro dell'Economia tentasse la benché minima manovra anticiclica. Nel maggio di quest'anno ha presentato in Parlamento il documento di programmazione finanziaria con il quale comunicava «urbi et orbi» che nel 2005 l'economia italiana avrebbe avuto un tasso di crescita pari a zero e nel 2006 pari all'1,6%. Tassi di crescita, questi, incompatibili con qualunque tentativo di risanamento dei conti pubblici tant'è che il disavanzo si avvia alla fine di quest'anno a raggiungere il 4,5% sul Pil. Da queste colonne, e non fummo soli, tentammo di convincere Siniscalco ad anticipare la manovra finanziaria per rilanciare subito competitività e crescita. Non ci fu verso. Il suo immobilismo sembrava quello di un infiltrato nel campo di Agramante perché qualunque persona di buon senso e che appena appena sapesse di politica e di economia, non poteva non sapere che il tempo non è una variabile indipendente. In politica come in economia. Ed invece la scelta fu di aspettare ben 7 mesi, cioè fino alla fine dell'anno, affidandosi così allo stellone italico. Ma anche la buona sorte fatica a correggere i guasti di Siniscalco. Il disavanzo è cresciuto e l'economia reale non s'è mossa se non di poco nel secondo trimestre consentendo, così, di raggiungere a fine anno il traguardo della crescita zero senza precipitare nel segno negativo. È stato questo, non altro, il contributo di Siniscalco al governo ed al Paese e su questi risultati va giudicato. E veniamo al caso Fazio. Ricordiamo subito che a fronte di una campagna di stampa mai vista prima d'ora, vi è una sentenza della magistratura amministrativa che dà conto della correttezza del governatore della Banca d'Italia nella vicenda Antonveneta e che finanche una dichiarazione rilasciata in una conferenza stampa a Roma dal commissario europeo al mercato interno Charlie McCrawy ribadisce che Fazio ha rispettato la legge ma non il suo spirito. Chiederemo ben presto a McCrawy quali sono i criteri che la commissione europea mette a base del proprio giudizio sulla «spiritualità» delle leggi e dei protagonisti che devono applicarle. Al di là del merito ormai ampiamente acclarato che ha visto un grumo di interessi violare, anche in queste ore, le leggi del mercato consegnando il controllo dell'Antonveneta agli olandesi dell'Abn Amro dopo che la loro opa era fallita, al di là del merito, dicevamo, quel che sconcerta di Siniscalco è la mancanza di senso dello Stato. In primo luogo non ci si dimette, alla vigilia del vertice monetario internazionale, perché chi è ministro della Repubblica ha doveri diversi da quelli di un cameriere o di un qualsiasi lavoratore o professionista. In secondo luogo il ministro dell'Economia ha avuto a disposizione le sedi istituzionali nelle quali avrebbe potuto, argomentando, sostenere le proprie tesi contro il governatore della Banca d'Italia a cominciare dalla riunione del comitato del credito e del risparmio (Cicr) tenutasi il 26 agosto e durante la quale il nostro Domenico ha saputo dire solo che c'erano 175 articoli di giornali che criticavano Fazio. Naturalmente non ha detto chi erano i proprietari dei giornali che criticavano Fazio e quali erano i loro interessi peraltro niente affatto misteriosi. Un ministro della Repubblica che ha il senso dello Stato non tace nel merito della questione durante la riunione del Cicr per poi annunciare, sette giorni dopo a Cernobbio, luogo dove il lobbismo nazionale e internazionale svolge ogni anno la sua sagra paesana, una fumosa iniziativa formale contro Fazio senza per altro avere alcun potere in merito. Un ministro dell'Economia di un Paese serio non recita a soggetto su materie così delicate. Se Siniscalco riteneva la propria permanenza al governo incompatibile con quella di Fazio alla Banca d'Italia, era il 26 agosto il giorno in cui avrebbe dovuto dimettersi nelle mani del presidente del Consiglio. Naturalmente argomentando e documentando le proprie tesi. Se non lo ha fatto è perché non aveva né argomenti né documenti. E veniamo alle cose vere. Siniscalco è letteralmente fuggito perché non era in grado di mettere in piedi una finanziaria credibile in una stagione di grandi difficoltà economiche. Per comprendere la sua inadeguatezza basterà solo ricordare che nella bozza della finanziaria circolata in questi giorni c'erano 5 miliardi di euro di copertura con la lotta all'evasione fiscale. Un obiettivo giusto, tanto per intenderci, che diventava, però, moneta sonante prima ancora che venisse raggiunto mettendo così improvvisamente il futuro e incerto maggiore gettito tributario a copertura di spese certe ed immediate. Un'incultura politica ed economica senza precedenti. La veridicità di ciò che diciamo è stata dimostrata dalla assoluta indifferenza dei mercati finanziari alle dimissioni di Siniscalco. La miopia degli alleati della Casa delle Libertà, in contraddizione con l'accoglimento delle dimissioni di Siniscalco, ha costretto Berlusconi a fare una dichiarazione di incompatibilità del governatore della Banca d'Italia. Come i lettori sanno, noi abbiamo un'idea diversa e riteniamo un grave errore cedere alle pressioni di interessi trasversali economici, finanziari e giudiziari che già tanti guasti hanno creato nel Paese. Le prossime settimane diranno se abbiamo preso noi un abbaglio o se, invece, eravamo nel giusto.