Il grande gelo del governo Prodi «Informati tardi e preoccupati»

Il leader della Cisl Bonanni: «Meglio il controllo italiano» Di Pietro: «Basta con lo shopping dei finanzieri stranieri»

da Milano

Quella di Telecom Italia rischia di essere la maledizione dei governi di centrosinistra. Il colosso telefonico, privatizzato nel 1999 sotto il governo D’Alema e dai «capitani coraggiosi», adesso rischia di passare in mani straniere. Ecco perché il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, appena raggiunto dalla notizia dell’offerta congiunta di At&T e America Movil parla di «grandissima preoccupazione» per l’evolversi della situazione. «Il vertice del governo - denuncia il ministro della Margherita - è stato informato solo nel pomeriggio della riunione straordinaria del CdA di Pirelli». Come a sottolineare l’ennesima esclusione del potere esecutivo dalle decisioni prese dai vertici dell’azienda. La frase successiva di Gentiloni («il governo seguirà con attenzione l’evolversi della situazione») tradisce il disagio di chi ha saputo dell’operazione solo a cose fatte. Stessa fibrillazione per il ministro Di Pietro che sbotta: «Deve finire questo shopping dei finanzieri internazionali»; e del collega rifondarolo Paolo Ferrero che «chiama» Prodi: «Il governo deve fare subito una verifica».
L’ipotesi di passare alla storia come il governo che ha visto issare su Telecom la bandiera a stelle e strisce fa venire i brividi alla sinistra, e non va giù neanche ai sindacati, che già vedono pesanti ripercussioni sul fronte dell’occupazione. Sarà durissima trattare eventuali esuberi con gli americani. Ecco perché il segretario della Cisl Raffaele Bonanni è costretto a rimarcare: «Abbiamo sempre sostenuto che preferiremmo un controllo italiano». Ma nella maggioranza ci sono già importanti distinguo. «La politica resti fuori dagli affari», tuona l’esponente della Rosa nel Pugno, Daniele Capezzone.
La maledizione di Telecom si era già abbattuta sull’esecutivo Prodi lo scorso settembre, quando una manina vicino a Marco Tronchetti Provera fa arrivare al Corriere della Sera e al Sole24Ore il cosiddetto «dossier Rovati». È uno studio su carta intestata di Palazzo Chigi nel quale Angelo Rovati, allora consigliere politico-economico del premier, aveva di fatto «consigliato» a Tronchetti Provera lo scorporo della rete fissa da Telecom Italia e il suo passaggio sotto il controllo diretto dello Stato.
Rovati giurò che quel dossier era «uno studio artigianale del quale Prodi non sapeva nulla», ma nonostante la pioggia di smentite di Palazzo Chigi fu costretto alle dimissioni. Lo scandalo del dossier scoppia in una settimana infuocata per l’azienda telefonica. Qualche giorno prima Tronchetti Provera aveva incontrato il magnate australiano Rupert Murdoch, apparentemente per discutere di «fornitura di contenuti nel campo dei media», tra voci di cessioni di rami d’azienda che avevano fatto impazzire il mercato e fatto schizzare in Borsa i titoli Pirelli.
Ma la possibilità di una cessione all’estero di Tim non era piaciuta al governo, che lo aveva detto a chiare lettere, mentre qualche esponente dell’Unione aveva invocato la golden share. Prodi fa sapere di aver avuto «garanzie» da Tronchetti che «l’azienda sarebbe rimasta in mani italiane». La risposta del manager sarebbe arrivata con le dimissioni a sorpresa da presidente Telecom, accettate lo scorso 15 settembre da un Cda straordinario che nomina al suo posto Guido Rossi, con una infuocata conferenza stampa nella quale si denunciavano «pressioni» indebite da parte della politica nella gestione della società. Pressioni che nelle prossime ore si faranno certamente sentire.
felice.manti@ilgiornale.it