LA GRANDE ILLUSIONE DEGLI «EROI» PULITI

Da molti italiani lo scandalo del calcio è vissuto come un tradimento. Colpiti al cuore, quegli italiani, per aver scoperto che le bandiere calcistiche su cui hanno giurato sono tutt’altro che immacolate. La grande illusione d’un mondo dello sport - e del più popolare tra gli sport - che fosse improntato alla lealtà, s’è dissolta. C’è aria di desolazione se non di lutto nei sacrari del tifo per il possibile inabissamento del Titanic pallonaro.
Sicuramente questa prognosi infausta e definitiva non si avvererà, anche se ci vorrà molto per restituire agli appassionati disinteressati e ingenui una ragionevole fiducia nel sistema. Gliel’avevano conservata dopo altri - seppure meno gravi - scandali. Non sono stati indotti al ripudio delle loro fedi - diverse da città a città - neppure dalla trasformazione del giuoco in un business miliardario, e dalla trasformazione dei ragazzi che lo praticano in mercenari strapagati provenienti da ogni continente.
Ma con la vicenda delle intercettazioni - e con l’affiorare dei nomi di dirigenti, arbitri, designatori, giocatori - è stato superato il livello di guardia. Le leggende - ad esempio quella d’una Juventus «vecchia signora» che si distinguesse per uno stile elegante - sono crollate. (L’ultima Juventus, pensate, aveva il volto e lo stile di Luciano Moggi). La retorica degli «eroi» di «grandi battaglie» e di duelli all’ultimo sangue dovrà per qualche tempo essere accantonata perché, adesso come adesso, è ridicola e irritante insieme.
Chiunque presieda in futuro alle sorti del calcio - toccasse a Gianni Letta, come proposto da Romano Prodi, sarebbe una gran fortuna - dovrà ricostruire in un panorama di macerie. Non è che l’Italia si trovi impreparata a un’esperienza del genere. Anche a voler prescindere dalla catastrofe immane e dalle macerie vere della guerra e del dopoguerra - si può dire che il Paese ha in proposito, purtroppo, una notevole esperienza. Tangentopoli travolse l’assetto politico dell’Italia ed eliminò dalla scena due partiti che ne erano stati protagonisti, il democristiano e il socialista. Dopodiché Silvio Berlusconi rimescolò le carte e - piaccia o no - determinò il bipolarismo nel quale viviamo. Di recente, per effetto delle intercettazioni nel mondo della finanza, anche l’assetto finanziario è stato colpito nel suo fortilizio di maggior prestigio, la Banca d’Italia, ed è dovuto correre ai ripari.
Sono state due mezze rivoluzioni, ma l’Italia, munita di straordinarie doti di galleggiamento, non è naufragata. Adesso si tratta di restituire una veste accettabile al calcio italiano: senza fare - come è d’obbligo avvertire - d’ogni erba un fascio, senza equivocare tra la citazione casuale in una conversazione e una prova di colpevolezza, ma anche senza ignorare i sintomi di degrado. Devo confessare il mio sbalordimento per la bulimia di denaro e di potere che in questa storiaccia è emersa; con manager di sicuro non trattati a pane e acqua che vogliono di più per sé, per i figli, per i figli altrui; con strapagati divi dello stadio, adorati da gente il cui salario è di mille euro al mese, che scommettono torbidamente per avere altri soldi. È rituale invocare rapidità dalla giustizia sia calcistica sia ordinaria. Un auspicio sterile, almeno per la giustizia ordinaria. Ma che almeno vengano subito dichiarati estranei ad ogni illecito gli innocenti che le intercettazioni possono compromettere. Dopodiché la legge abbia corso. E sopravviva pure la passione del pallone ma, per carità, niente santi, niente eroi, solo o soprattutto navigatori nelle acque inquinate del campionato e del mercato calcistico.