La "grande intesa" contro il voto

Benedetto Della Vedova

n vista di un governo che non avrà la fiducia delle Camere, Marini sembra cercare la fiducia della Confindustria e dei sindacati, a cui ha irritualmente esteso le consultazioni che sta svolgendo come «presidente incaricato». Marini punta sul sicuro. Sa di andare incontro al fallimento in Parlamento, ma chiede (e otterrà) i riconoscimenti e i sostegni di questa inedita e rinnovata «Camera dei Fasci e delle Corporazioni». Non c'è grande organizzazione sociale che non si sia già pronunciata contro le elezioni anticipate: la Confindustria, l'Ugl, la Confagricoltura, la Confcommercio, la Cna. E ancora la Cisl, la Confesercenti, la Lega delle Cooperative e anche la Conferenza Episcopale Italiana. Nel «manifesto per la governabilità» siglato dalle maggiori organizzazioni imprenditoriali, come nei moniti delle grandi centrali sindacali (da sinistra a destra, senza sostanziali differenze) ricorre, martellante, la richiesta di una tregua politica, per una stagione di riforme e di governo «ispirata agli interessi del Paese». E se Monsignor Betori ha invitato cautamente la politica ad anteporre il «bene comune» ad ogni considerazione di parte, il segretario della Cisl Bonanni non si è preoccupato di definire, molto prosaicamente, la corsa al voto una «corsa tra asini».
Comunque, al di là dei toni e dello stile, la «grande intesa» contro il voto anticipato tra i vertici delle maggiori organizzazioni sociali dovrebbe ispirare un'identica intesa tra le maggiori forze politiche? Direi proprio di no. Al contrario, penso che questo «partito unico del non-voto» dimostri che in Italia a mostrare la corda, ancor più che il modello della rappresentanza politica, è proprio quello della rappresentanza sociale: anch'esso, sia detto senza ironia, abbisognerebbe di una rottura, per così dire, «berlusconiana».
Perché le organizzazioni sociali dicono oggi la stessa cosa, pur rappresentando interessi divergenti e contrastanti? Perché sono tuttora ancorate ad uno stesso modello ideologico, che affida - come notava ieri Baget Bozzo - alla mediazione corporativa degli interessi «organizzati» la costituzione degli equilibri politici del Paese. Coltivando così l'equivoco per cui si considerano più diffusi e preminenti gli interessi più «organizzati».
Un Paese come l'Italia che sul piano politico ha conosciuto tardi, per le note ragioni storiche, la possibilità di un'alternanza di governo, sul piano sociale sconta un ritardo ancora maggiore e continua a vivere lo «scontro» come un fattore di pericolo o di destabilizzazione istituzionale. Per ovvie ragioni: quando la politica diviene in maniera più marcata competizione tra progetti di governo alternativi, si riduce il rilievo della mediazione corporativa.
L'idea della politica come «gestione» e garanzia degli interessi organizzati ha comportato storicamente il consolidamento di un impianto istituzionale con un altissimo livello di intermediazione politica e sociale (pensiamo al totem della concertazione, tipicamente italiano). Anche nel campo politico e sociale, a una maggiore intermediazione, corrispondono maggiori costi, minore efficienza e minore flessibilità di sistema.
Berlusconi (come leader) e il berlusconismo (come fenomeno politico) hanno rotto questi meccanismi consolidati di rappresentanza e intermediazione degli interessi organizzati. Hanno reso più diretto il rapporto tra leadership e consenso (riducendo la mediazione partitica) e più trasparente e dichiarata la relazione tra interessi e proposta politica. Il fenomeno Berlusconi ha cambiato e modernizzato le forme della rappresentanza politica e così facendo ha destabilizzato anche quelle della rappresentanza sociale. Gli effetti non si limitano nel campo del centro-destra. Se ne accorgeranno presto a sinistra, quando faranno i conti con i terremoti che il Pd (così «berlusconiano» nelle forme di investitura e legittimazione politica) produrrà nel corpaccione della Cgil.
Insomma la politica sta cambiando. E devono cambiare in fretta anche le organizzazioni sociali, non rinunciando alla rappresentanza degli interessi (al contrario!), ma abbandonando la pretesa di rappresentare - ciascuna, in quota parte, e tutte, nel loro insieme - l'interesse generale del Paese e quindi di vedersi attribuito un ruolo istituzionale e dettare i limiti e le priorità dell'agenda politica. Sono loro, e non la politica, in più grave ritardo.
Tutto questo, a mio avviso, spiega anche perché mentre Berlusconi e il grosso del «suo» popolo ritengono fisiologico e utile il ritorno al voto, i vertici delle organizzazioni sociali (anche quelle con l'elettorato più chiaramente berlusconiano) considerano invece lo scioglimento delle Camere una sorta di pericoloso salto nel buio.
Benedetto Della Vedova