La Grande Mela finisce in bolletta: il ponte di Brooklyn è in vendita

Lo Stato di New York ha un debito di 22 miliardi di dollari e vuol cedere le sue proprietà. Il ponte è il simbolo della città: unisce due mondi opposti. Negli ultimi anni sono stati venduti l'Hotel Plaza, il Chrysler Building e il Flatiron Building

New York - C’è sempre un tramonto sul ponte di Brooklyn. Una foto ricordo per favore, perché qui potrebbe anche cambiare tutto. Si vende: piloni, cavi, cemento, acciaio, sogno, mito e gomme da masticare. È tutto sulla lista delle possibili cessioni, alienazioni come vuole il gergo. Vuol dire che se varrà la pena lo Stato di New York è pronto a cedere questo braccio che tiene insieme Manhattan e Brooklyn, che tiene uniti due mondi che non c’entrano nulla, ma che insieme fanno la città più popolare del pianeta. Una foto, allora. Una foto all’imbrunire. Vale di più: questione di colori. Vale di più: questione di dollari. Lo Stato se la passa male con 22 miliardi di dollari di debiti e il governatore Paterson ha fatto capire che c’è una lista di beni demaniali pronti a essere messi sul mercato. Strade, autostrade, tunnel e ponti. Se scorri la lista c’è anche il Brooklyn bridge: non c’è un prezzo perché forse non è mai stato calcolato. Per la casse di New York conta l’idea che qualcuno si possa interessare all’acquisto, i numeri arriveranno dopo. Miliardi, comunque. Qui ogni giorno passano 125mila auto e diecimila tra pedoni e ciclisti. Costruirlo costò 16 milioni di dollari che al cambio attuale farebbero più o meno un miliardo e settecento milioni.

Poi non è tanto il valore economico. È quello simbolico, ovviamente. Perché questo ponte è l’America che attraversa se stessa per scoprirsi ogni volta nuova. Non c’è un solo americano e un solo straniero che arrivato a New York non vada ai suoi piedi a fotografarlo. I newyorkesi l’attraversano in auto oppure se lo godono a piedi. Tre anni fa, quando uno sciopero dei taxi paralizzò la Grande mela, i grandi network montarono sui loro elicotteri e andarono a riprendere dall’alto la folla che si muoveva da Brooklyn a Manhattan per raggiungere l’ufficio. Era la metafora di un Paese che non si perde mai, che trova un’alternativa. Altrove sarebbe stato diverso. E la maratona di New York? Qual è il momento più importante della corsa? Il passaggio sul ponte, certo, dove il vento ti taglia la faccia, dove si sente il mare, dove cambia la prospettiva. La città orizzontale diventa verticale e viceversa. Bisogna salirci per capirlo. Ottanta metri di altezza per sentirsi un nanerottolo: non ce la fai neanche a guardare fino in cima i piloni che reggono i cavi d’acciaio. La bandiera a stelle e strisce che lo domina è larga cinque metri, ma sembra scomparire.

I newyorkesi amano i loro ponti. Adorano il Williamsburg bridge, adorano il Brooklyn. Quando i terroristi avevano pianificato di farlo saltare in aria, l’opinione pubblica Usa paragonò il piano al progetto di minare la Casa Bianca. Qualche anno fa, quando l’America scoprì che sotto al ponte c’erano rifugi atomici, i telegiornali andarono avanti per giorni a raccontare la forza del suo cemento come bastione dell’americanismo anni Trenta e Quaranta. È un’icona che non tramonta mai. Da anni si dice sia barcollante, instabile, scricchiolante: i newyorkesi se ne fregano a continuano a calpestarlo con gusto. Perché sanno che per costruirlo ci vollero 13 anni e diversi morti. Venti operai uccisi dal lavoro o dalle embolie causate dalle immersioni sott’acqua necessarie per costruire le fondamenta. Quegli operai sono eroi, per l’America. Perché le hanno dato questa «spada che taglia il cielo e unisce due pezzi di terra», come ha scritto un signore di Omaha, nel Nebraska, sul muro di un pilone del ponte. Una spada che si può vendere, eventualmente. Perché i giornali di New York hanno scritto che il Brooklyn bridge è in vendita e nessuno ha protestato. Basta dare un prezzo. E basta che sia giusto.