Dopo la grande paura l’Unione si appende alla riforma del voto

Fassino: l’unica maggioranza possibile è quella del centrosinistra Rutelli: sulla legge elettorale serve un’apertura a tutte le forze politiche. Capezzone: è evidente che l’esecutivo resta precario

Roma - Appesi per una giornata intera alla decisione del senatore a vita Giulio Andreotti, dodici lunghe ore a fare i conti sulle ripercussioni di un’eventuale astensione di Luigi Pallaro. La parte più scomoda ieri è toccata al gruppo dell’Ulivo. Questo voto di fiducia - osservava un senatore dl poco prima della replica di Prodi - «è come la famosa coperta troppo corta. Accontentare uno significa scontentare un altro». (Segnali di dialogo, il modello è il Tatarellum). Ma anche la quadratura del cerchio - cioè l’avere fatto votare insieme un arco politico che va dall’ex udc Marco Follini al trotzkista Franco Turigliatto - non ha fatto scomparire gli incubi dei due principali partiti della maggioranza. Tanto che la presidente del gruppo che riunisce Democratici di sinistra e Margherita ha utilizzato gran parte della sua dichiarazione di voto per rimettere in luce l’idea di riforme condivise, che siano varate insieme da centrosinistra e centrodestra.

Un’idea lanciata da Romano Prodi due giorni fa e poi messa in ombra dal premier nel suo intervento di ieri. E se è stata una marcia indietro, la scelta non è condivisa da Anna Finocchiaro. «Noi - ha spiegato l’esponente della Quercia annunciando il sì del gruppo - daremo la nostra fiducia al governo Prodi, ma è mia impressione che quello che verrà dopo non sarà un banco di prova» del solo centrosinistra. Al Senato, ha ricordato, i numeri sono risicati. Colpa della legge elettorale. Ed «è una questione che riguarda solo la maggioranza? Non mi pare». Infatti - questo il ragionamento della capogruppo dell’Ulivo - «la condizione di stallo» e di «continua interdizione reciproca» si riprodurrebbe, «con questa legge elettorale, chiunque governasse». Parole in linea con l’apertura a maggioranze variabili che la stessa Finocchiaro nei giorni scorsi aveva proposto per Dico e, di fatto, per tutti gli altri temi caldi, a partire dalla politica estera.

Ma in contrasto con il clima che si respirava subito dopo il sì di Palazzo Madama e, soprattutto, con le dichiarazioni di Romano Prodi, sicuro di aver ritrovato una «maggioranza politica autosufficiente». A metterci una toppa ci ha provato il segretario Ds Piero Fassino che in serata si è affrettato a precisare che «l’unica maggioranza possibile è quella di centrosinistra» e le ipotesi alternative, le «formule vagheggiate» in questi giorni non hanno «nessun realismo politico».
Difficile per il leader del Botteghino sostenere qualcosa di diverso nel giorno del superamento della prova più difficile per il governo. Anche se le «interdizioni reciproche» citate da Finocchiaro rimangono tutte. A farsi sentire ieri sono stati soprattutto i moderati. Il ministro alle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha chiesto che il governo «riparta con azioni concrete. Bisogna riconquistare anche la fiducia di tanti italiani che non hanno compreso la battuta d'arresto». Ancora più esplicito l’esponente della Margherita Valerio Zanone che ha chiesto di non gettare la spugna nella realizzazione dell’alta velocità ferroviaria. Ma sembrano pochi quelli disposti a credere che la svolta moderata e decisionista dei 12 punti si traduca in realtà. «Non ci possiamo nascondere - ha ammesso il segretario dello Sdi Enrico Boselli - che la tenuta del governo resta appesa a un filo». Quindi: «Solo se Prodi riuscirà a trovare un largo accordo in Parlamento su una nuova legge elettorale potrà avere una navigazione più serena». Anche il leader della Margherita Francesco Rutelli sottolinea la necessità di «un’apertura a tutte le forze politiche sulla legge elettorale».

Ma se ci sposta un po’ più a destra, nel centrosinistra, si incontra anche il pessimismo di Daniele Capezzone: «Anche dopo il voto del Senato - osserva l’esponente radicale - la precarietà del governo resta evidente. I nodi non sono stati sciolti né in politica estera, né in politica economica, né sui diritti civili. Morale: si rischia per un verso un incidente dopo l'altro e per altro verso una pressoché totale impossibilità di realizzare riforme di fondo. Resta da capire quanto possa durare e cosa possa fare di utile un esecutivo in queste condizioni».