Il grande pericolo è che si torni alla Prima repubblica

Caro Granzotto, apprendo con dolore della solenne sconfitta del centrodestra ai ballottaggi. Sono sgomento. Lei ha argomenti per consolarmi? Mi sento molto solo.
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Vero, caro Montanari. Ci si sente più soli e non c’è molto per tirarci su il morale. Perché vede, vanno bene tutti i discorsi, tutti i ragionamenti: erano elezioni provinciali e anche parziali, si vota per un sindaco con tutt’altro spirito di quello riservato all’elezione del Parlamento e dunque dell’esecutivo, i candidati erano sbagliati, alla destra manca la militanza fanatica che è invece patrimonio della sinistra... tutto vero. Ma la batosta è stata sonora e lascerà lividi profondi sul corpo del centrodestra. Minimizzarla non serve a niente. I lividi, quelli restano. Il problema è cosa fare ora. Non parlo dei politici, parlo proprio di noi cittadini allergici alla sinistra. Quella buonista e quella massimalista, la veltroniana e la vendoliana. Ritirarci in un metaforico Aventino e lasciare che se la sbrighino loro? Tener duro, rinnovare la passione civile magari impegnandosi un po’ di più? Mettere sotto processo la momenklatura dei nostri partiti di riferimento denunciandone le carenze e le ambiguità? Io non avrei dubbi sul da farsi, caro Montanari, se non fossi tormentato da un pensiero e cioè che la società civile e politica, la classe dirigente e intellettuale non abbia voluto raccogliere la sfida lanciata da Silvio Berlusconi. Non voglia, in pratica, una seconda Repubblica e il bipartitismo dell’alternanza; lo svecchiamento dei moduli di governo; la semplificazione delle cose; l’ottimismo quale tonico per affrontare le situazioni, quelle facili come quelle difficili e la fiducia nel Paese e nelle sue risorse umane. La Caporetto di Milano, Napoli e Sassari è solo l’ultimo dei segnali d’un disamore (se mai c’è stato vero amore) per un progetto così ambizioso e così esaltante. Negli ultimi tempi s’è parlato spesso di futuro, parola magica, convertita addirittura in totem dalla dialettica politica. Bé, sembra proprio o almeno così pare a me che solo pochi siano entusiasti di costruire un futuro politico-istituzionale e, qui ci vuole, culturale che si contrapponga al passato della prima Repubblica. Le ripetute istanze per una riforma del sistema elettorale e il ritorno al proporzionale, la parcellizzazzione in gruppi, correnti o «capannelli» dei partiti di massa, la fioritura di piccole formazioni politiche molte delle quali modello «fai da te» sono altri segnali, assai più evidenti, della nostalgia per le manfrine e i balletti della prima Repubblica. La quale, come abbiamo potuto constatare ieri, piace di più anche all’alta borghesia e ai poteri forti. Piace, ma questo lo si sapeva da sempre, alla Magistratura. Piace, infine, al grosso del personale politico. E questo perché coi governicchi, con le maggioranze tri, quadri e pentapartito, con le legislature che si chiudevano sempre anzitempo, con la debolezza endemica dell’esecutivo e la spaesatezza del legislativo tutti potevano far meglio i propri comodi. Legittimi, ma sempre comodi. Banche e grande industria, hanno sguazzato a piacimento nella prima Repubblica. La Magistratura affermava il proprio predominio di potere senza che nessuno osasse tenerle testa. Il clientarismo e l’assistenzialismo tenevano buona l’opinione pubblica. Con il loro due o tre per cento i politici più irrequieti o ambiziosi mantenevano il posto al sole, facendolo pagare caro in quanto aghi di una bilancia sempre instabile. Infine, pago di quel tran tran il capo dello Stato taceva. Una pacchia. Se davvero, come seguito a pensare, sta imponendosi il desiderio di tornare a quei tempi, bé, allora resterebbe poco da fare, caro Montanari. La democrazia si fonda sul pallottoliere e noi, a numeri, conteremmo niente.
Paolo Granzotto