La grande rapina: 200 milioni in meno per il volontariato

Colpo di mano del governo per incamerare i soldi del 5 per mille. Un emendamento alla Finanziaria pone un tetto ai fondi per il no profit

Roma - È la fine del cinque per mille così come lo conosciamo. Di fatto, la trasformazione della donazione volontaria via dichiarazione dei redditi, che l’anno scorso è stata scelta da 16 milioni di contribuenti, in uno stanziamento molto ridotto che lo Stato distribuirà tra le organizzazioni non profit, ospedali, centri di ricerca ed enti culturali. La voce girava già da qualche tempo negli ambienti del volontariato e la conferma è arrivata ieri mattina con il libretto che riunisce gli emendamenti alla Finanziaria 2008. Per la precisione all’ultima riga di pagina 85.

La proposta di modifica presentata in Senato, firmata dal governo, reintroduce nella manovra la possibilità di destinare «una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito» a organizzazioni non lucrative dalle finalità sociali, enti di ricerca e università. Ma poi, all’ultimo comma, sancisce che per questa finalità la spesa autorizzata è limitata a un «massimo di 100 milioni di euro per l’anno 2009».
Questo significa che se gli italiani decideranno di destinare, come l’anno scorso, una cifra complessiva intorno ai 330 milioni, lo Stato se ne terrà 230. «Una presa in giro», è stato il commento più gettonato nel vasto arcipelago del non profit - che va dalla Federazione dell’impresa sociale-Compagnia delle opere a Emergency - e, tra i politici più sensibili, al mondo del volontariato. Una presa in giro, ha spiegato il senatore dell’Ulivo Francesco Ferrante - che con Luigi Bobba nei giorni scorsi aveva denunciato il rischio del tetto a 100 milioni - perché «il cittadino è convinto di versare il cinque per mille e invece fa una donazione che rischia di essere al massimo dell’uno per mille delle sue imposte, visto che quest’anno, senza soglia, la somma raccolta si prevedeva potesse arrivare a 500 milioni».

Perché a cambiare, di fatto, è il metodo di calcolo. Se nella prima versione, quella pensata da Giulio Tremonti, ministro dell’Economia del governo Berlusconi, con il cinque per mille il contribuente sapeva esattamente quanto donava, con il tetto del governo la sua firma e il suo reddito serviranno solo a determinare quale quota dei 100 milioni di euro prenderà l’organizzazione non profit che vuole sostenere.

«Ci sentiamo presi in giro», protesta Antonio Mandelli, presidente della Fis-CdO, uno dei protagonisti del braccio di ferro con il governo per fare sopravvivere quella che il mondo dell’impresa sociale considera una importante forma di sovranità. L’unica imposta che il contribuente può decidere come impiegare. Per Mandelli serve «una stabilizzazione della normativa sul cinque per mille per ben due volte ignorata nel testo della Finanziaria e poi aggiunta in zona Cesarini sempre con la medesima giustificazione: una svista». Perché nella scorsa Finanziaria il cinque per mille non era stato rinnovato. Il governo disse che si era trattato di un errore e lo inserì di nuovo, con una soglia di 250 milioni di euro che poi fu elevata a 400 milioni. Anche quest’anno del cinque per mille non c’è traccia nel testo della Finanziaria varato dal governo. Poi è arrivata l’assicurazione del ministro della Solidarietà Ferrero che sarebbe stato confermato con uno stanziamento di 400 milioni.

Di soglie il mondo del non profit non ne vuole sapere e vorrebbe che la scelta del se e del quanto denaro destinare a finalità sociali andasse solo ai contribuenti. Ma i 100 milioni di euro di soglia non se li aspettava nessuno. «Una simile riduzione mortificherebbe e umilierebbe la libertà di scelta dei contribuenti rendendo l’immagine dello Stato simile a quella dello sceriffo di Nottingham», protesta Guido Boldrin, direttore generale di Federazione dell’impresa sociale-Compagnia delle opere.

La battaglia ora si sposta al Senato. Dove i numeri della maggioranza sono risicati e circa 60 esponenti della maggioranza hanno presentato poco tempo fa un emendamento che non prevedeva limiti. Ferrante e Bobba vogliono andare fino in fondo e dicono che non voteranno l’emendamento del governo. «È una presa in giro macroscopica. Il governo non potrà che ritirarla», prevede Ferrante.