Grande riedizione della Bella e la Bestia

Ridurre a inserzione economica L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino - presentato ieri in concorso al Festival di Cannes - è facile: «Bestia cerca Bella per realizzare mito».
La Bestia (Giacomo Rizzo) non è tale per l’aspetto, come nel film di Cocteau, quanto nell’animalità che lo distingue. Il sarto-usuraio Geremia de’ Geremei, affidato a Rizzo, ha tutto ciò che dovrebbe urtare: avidità, crudeltà, perfidia. È una sorta di Süss cattolico e implicitamente neofascista: oltre a vivere nella più suggestiva delle città di fondazione del regime (Sabaudia), dice infatti: «La democrazia fa votare cani e porci». E nessuno, che gli stia intorno, lo contraddice. Enorme nella sua piccolezza, Geremia de’Geremei è il paradigma di tutto quello che spiace a chi legge La Repubblica. Così lo si ama per dispetto di chi l’odia, come fa la Bella (Laura Chiatti).
Per Rizzo, Sorrentino ha davvero ideato un personaggio che merita un superlativo: infimo. Geremia de’ Geremei vive però la sua assenza di decoro con presenza di spirito. È miserabile, ma un miserabile intelligente. È dickensiano, alla maniera di Scrooge, archetipo di zio Paperone; ma è anche balzachiano, perché è in contrasto con lui che emergono miserie morali e materiali meno ostentate ma peggiori delle sue. Sono quelle che la «gente perbene» estrae, in forma di piagnisteo, quando non sa bastare a se stessa, quando è bisognosa di chi ha disprezzato e gli striscia davanti. Salvo poi tornare credersi sempre superiore.
La verità offende. Perciò il grosso pubblico difficilmente amerà L’amico di famiglia, come non l’amerà la grossa critica, che, nell’«ideologia» di Sorrentino, avverte qualcosa di estraneo, se non altro perché i suoi personaggi sono antagonisti dei cialtroni rigurgitanti buoni sentimenti: quelli che chiamano «missioni di pace» le guerre e «diversamente abili» gli inabili.
Contro questa ipocrisia si scontrerà L’amico di famiglia. Per superarla, a Sorrentino non basterà essere attore nel Caimano di Moretti, l’altro film italiano in concorso al Festival, molto meno bello e molto più considerato. Eppure Sorrentino non è meno convinto di valere e poi ha quasi vent’anni di meno di Moretti. Cresciuto quindi fra utopie morenti, non ha illusioni. Solo in apparenza il suo film ha un lieto fine che in sostanza è un segno d’angoscia. Il personaggio negativo diventa positivo nel finale - non del tutto convincente - dopo il periplo della miseria e morale, per approdare a quella materiale. Se la Bella (Laura Chiatti), che gli si era concessa per denaro, gli si darà ancora per desiderio, non sarà perché innamorata, ma per aver colto, umiliandosi, il piacere così femminile di darsi a chi repelle. La fotografia di Luca Bigazzi completa la magia del genio obliquo di Sorrentino.