Il grande ritorno delle vecchie tessere Dc

Chi si ricorda i giorni delle gloriose primarie del centrosinistra, in cui l’idea di Arturo Parisi di creare un partito a partire dall’elettorato senza precondizioni ideologiche pareva avere successo? In realtà il successo era solo apparente. Erano stati i partiti a mobilitarsi; e soprattutto i Ds che, grazie alla cultura postcomunista, mantengono l’idea di fedeltà al partito anche quando dissentono dalla sua politica. I Ds hanno conservato il principio comunista del partito come corpo collettivo, che pone vincoli di appartenenza ai singoli. Valutano la propria militanza come superiore alla loro stessa preferenza politica.
I gazebo delle primarie sono nati grazie ai Ds e in parte a Rifondazione comunista, che mantiene, in forma assai diversa, un certo concetto del valore del partito. I democristiani vi apportarono il peso del loro radicamento nel Sud, anche qui in un rapporto fiduciario che va alle persone dei leader oltre la propria preferenza politica. Le primarie erano state un successo dei partiti, non la loro deposizione.
Rimaneva però nell’aria la convinzione di Parisi del partito all’americana, fondato sulla scelta di un candidato, oltre le ideologie. Fu un mercato degli imbrogli la grande via delle primarie e non si sa chi fu l’imbrogliato. Ma credo che sia stato Parisi, che sembrò il vincitore, a vedere il suo principio legato al superamento del partito ideologico realizzarsi grazie a quanto rimaneva di ideologia nei Ds e negli altri partiti del centrosinistra. Ora abbiamo visto i congressi del Partito democratico. Abbiamo assistito, ammirati e meravigliati, al ritorno in grande delle clientele democristiane del Sud. La Margherita era nata per dissimulare il fatto che la sinistra democristiana di base era rimasta intatta nelle sue aree preferenziali meridionali, ma che cedeva il volto al bellu guaglione che era Francesco Rutelli, perché presentare De Mita o Marini come leader era riproporre la Dc. E i democristiani erano convinti che un ritorno ai voti del passato fosse sconsigliabile.
Ma, passata la festa, gabbato lu santu; e il santo è Francesco Rutelli, che ha visto legioni di tesserati democristiani, organizzati dal Partito popolare, recarsi compatti in gran numero alle cabine del voto di partito, occupando tutta l’area che pensavano di poter occupare. E non hanno badato a spese. Cinquantamila tessere in quel di Roma, un terzo di elettori della Margherita iscritti. I democristiani si sono trovati a loro agio, quando hanno avuto in mano la materia in cui sono maestri: il congresso di partito, il controllo delle tessere, il gioco delle correnti. Non si è sentita l’ombra di un dibattito politico in questi congressi.
In una intervista a Repubblica, Ciriaco De Mita ha dichiarato di aver parlato due ore e venticinque minuti di «fede e politica»: non si sa cosa abbia detto, ma certamente non si sarà occupato del sesso degli angeli ma, appunto dei tesserati della Campania. Non a caso, con umiltà e prepotenza, ha voluto essere coordinatore regionale dei popolari in Campania, la regione tra l’altro in cui, come Berlusconi ha denunziato, sono scomparse le schede bianche nelle elezioni politiche del 2006. Di questi congressi dei popolari non sappiamo nulla, non c’è l’ombra di un discorso politico, il sospiro di un concetto. Almeno, quando c’era la Dc, non i capi bastone delle tessere, ma i loro referenti politici parlavano; e qualcosa dicevano. Con il linguaggio cifrato, parlando ciascuno ai suoi sostenitori e a quelli degli altri democristiani. Ma da questi congressi dei Popolari è venuto solo il silenzio e la conta brutale delle tessere. Il partito ora è in mano a De Mita e a Marini, e quindi Dario Franceschini, prima o poi, sostituirà Rutelli nella guida della Margherita. La sua età gli dà un volto più disponibile a non ricordare la Dc di De Mita e dei Gava. Ed ora questi democristiani di sinistra, padroni della Margherita, dovranno trattare con i postcomunisti del Ds il controllo del Partito democratico. In materia di tessere e di congressi, i democristiani non hanno da cedere niente a nessuno.
Nasce il Partito democratico come giustapposizione di postcomunisti e di postdemocristiani. Carlo De Benedetti sognava Rutelli e Veltroni: si trova di fronte a D’Alema e a Fassino, a De Mita e a Marini. È un’altra cosa. Ma che cosa è il Partito democratico? Le essenze, definite con concetti appartengono al regno della metafisica politica. I democristiani non se ne curano, starà ai diessini fornire il supporto linguistico al partito delle tessere democristiane.
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