La grande rivincita di Scotland Yard

In soli otto giorni identificati e catturati i terroristi e i loro fiancheggiatori. Blair: l’operazione più dura dal 1945

Guido Mattioni

nostro inviato a Londra

Tre numeri: tre, quattro e otto. Ovvero tre arresti, su quattro ricercati, in otto giorni. Chi volesse, può giocarseli sulla ruota di Londra. Tre numeri che se non del tutto, alleggeriscono di molto la paura e l’allarme che da settimane attanagliavano la capitale inglese. Ridandole anzitutto ciò che essa merita di più: la fiducia in se stessa e nelle sue caratteristiche di forza morale, ammirevole dignità e inflessibile spina dorsale. Perché una prova così terribile, i londinesi l’hanno affrontata come ci si attendeva da loro: sempre a testa alta, senza pianti né autocompatimenti.
Ma la fiducia è ritornata anche nei confronti della polizia, che dai sanguinosi attentati del 7 luglio (56 vittime e 700 feriti) e dalla loro successiva replica, fortunatamente fallita, aveva subìto una vistosa caduta d’immagine per non essere stata in grado di prevedere cosa stesse ribollendo in quelle periferie dove più difficile è il mestiere di vivere e dove è anche più forte la presenza delle minoranze islamiche. Due elementi che, combinati, avevano fatto «reazione chimica». A sottovalutarla, in verità, era stata l’intelligence, perché quello sarebbe il suo lavoro. La polizia, semmai, è chiamata poi a risolvere i guai. Ed è quello che ha fatto. Così questa «terna» - tre, quattro e otto - resterà come una medaglia al merito, la più luccicante nella lunga e gloriosa storia del Corpo, per tutti gli uomini della Metropolitan Police londinese, universalmente meglio nota come Scotland Yard.
Se si pensa infatti alla vastità e alla complessità di una città come Londra, è facile comprendere l’immane compito portato a termine da tutti, dal capo della Met, sir Ian Blair, fino all’ultimo degli agenti ai suoi ordini. Immane per lo sforzo a cui sono stati sottoposti. E immane anche nei costi: 500mila sterline al giorno, pari a 725mila euro (o 1 miliardo e mezzo, per facilitare chi ragiona ancora in vecchie lire). Non a caso proprio l’altroieri lo stesso Blair, descrivendo il lavoro in corso, lo aveva definito con la sua voce sommessa, lontana mille miglia dall’enfasi così come lo è il personaggio, «la più grande operazione che la Metropolitan Police ha dovuto affrontare dalla Seconda Guerra Mondiale».
Blair non ha esagerato e i numeri sono lì a dimostrarlo. Basti dire che dal 7 luglio, giorno dei sanguinosi attentati, la hot line antiterrorismo ha ricevuto cinquemila chiamate di persone che segnalavano episodi sospetti, pacchetti inquietanti e persone non da meno. E a tutte le segnalazioni ha fatto seguito una verifica. Questo mentre un esercito di tremila agenti pattugliava 24 ore su 24 la città e negli uffici c’era chi esaminava con pazienza certosina i filmati registrati dalle telecamere sparse in tutta la città: in tutto 15mila nastri. Questa, in particolare, è stata un’operazione in cui Blair ha creduto fin dal primo momento, perché proprio la diffusione delle immagini, accompagnata dall’appello di collaborazione rivolto alla gente, è stata la chiave per instradare le indagini nella giusta direzione.
L’altro grande merito del cinquantatreenne superpoliziotto britannico, entrato nella Met a 21 anni come semplice agente in una stazione distaccata del quartiere di Soho e da lì, passo dopo passo, giunto fino al vertice, è stato però anche un altro. E cioè l’aver sempre ammonito, ogni giorno, con insistenza, anche dopo i primi successi delle indagini, del pericolo sempre incombente. Lo aveva fatto dopo l’esaltante arresto a Birmingham del super ricercato Yasin Hassan Omar. E lo aveva ribadito dopo la retata che aveva portato in cella nove uomini e tre donne catturati in due diversi quartieri a sud di Londra. Un vero mastino, insomma, che non si stanca mai di ringhiare. L’unico cedimento - umanissimo e quindi particolarmente apprezzabile - il mastino Blair lo ha avuto sempre giovedì, nel fornire alla stampa i dati sulla supergiornata di security che Londra stava per affrontare. «Siamo tutti stressati - ha detto passandosi eloquentemente una mano sugli occhi - e intorno a me, tra i miei ragazzi, vedo tante facce tirate».
Dio salvi pure la Regina, ma soprattutto «servitori» così.