Il grande sbarco partirà dall’Algeria

L’arrivo sulle coste meridionali sarde di quattro battelli con una settantina di uomini provenienti dall’Algeria conferma quel che alcune avvisaglie facevano temere già da alcuni mesi: si sta aprendo un nuovo canale per la immigrazione clandestina, diretto a una regione che - non disponendo di neppure un Cpt - non è preparata per questa emergenza.
Dopo avere bloccato con successo gli scafisti albanesi, negoziato con le autorità tunisine il virtuale blocco delle partenze da quel Paese e avere ottenuto anche da Gheddafi un maggiore controllo dei porti libici, l’Italia deve ora affrontare una ennesima, potenziale, invasione da parte di un Paese con cui intratteniamo importanti rapporti commerciali (vedi metano), ma con cui non esistono rapporti politici molto stretti; un Paese giovane, con 32 milioni di abitanti e un alto tasso di disoccupazione, in cui la spinta all’emigrazione era finora diretta soprattutto verso la Francia; un Paese, soprattutto, uscito di recente da una sanguinosa guerra civile tra laici e islamisti, in cui questi ultimi, pur sconfitti, stanno rialzando la testa e pochi mesi fa hanno sconvolto la capitale con una serie di attentati. Il pericolo che la nuova rotta dei clandestini possa essere utilizzata da Al Qaida nel Magreb, la nuova filiale di Osama Bin Laden nell’Africa settentrionale, per infiltrarsi in Italia non deve perciò essere sottovalutato.
L’apertura del fronte algerino giunge al termine di una estate che, nonostante il continuo flusso di barconi verso Lampedusa e le coste della Sicilia, ha segnato qualche progresso negli sforzi dell’Unione Europea di arginare l’immigrazione illegale dall’Africa. Gli arrivi via mare sia in Italia, sia in Spagna sono diminuiti del 25-30 per cento rispetto allo scorso anno, forse anche perché alcuni tragici naufragi hanno indotto i clandestini a una certa prudenza.
Purtroppo, al calo degli sbarchi ha fatto riscontro un maggiore lassismo nei confronti dei nuovi arrivati. La legge Ferrero-Amato, che prevede tra l’altro un ridimensionamento dei Cpt, non è neppure ancora stata sottoposta all’esame del Parlamento, ma le disposizioni del Viminale alle autorità periferiche sono già influenzate dai suoi intenti «riformisti»: le richieste di asilo politico ricevono maggiore attenzione, le deportazioni in massa con voli charter sono state abbandonate, i permessi di soggiorno per ragioni umanitarie vengono concessi con maggiore facilità, nessuno cerca più di inviare segnali di rigore alle centinaia di migliaia di potenziali immigranti in attesa.
L’applicazione della legge Bossi-Fini (esecrata dall’attuale maggioranza di governo) che prevede la espulsione di tutti coloro che entrano nel nostro Paese illegalmente è diventata - spesso - un optional: per quanto sia impossibile ottenere cifre ufficiali sulla sorte di coloro che sbarcano sulle nostre coste e vengono fermati dalle forze dell’ordine, c’è la certezza che la percentuale di coloro che, di riffa o di raffa, riescono a rimanere in Italia è molto cresciuta. Qualcuno potrà obbiettare che i meno di diecimila clandestini che arrivano ogni anno via mare rappresentano ormai un problema minore rispetto a quelli che si fermano dopo la scadenza del visto turistico, entrano dai Paesi aderenti a Schengen, arrivano legalmente da Romania e Bulgaria o filtrano attraverso la frontiera orientale.
È vero, ma fino a un certo punto: i boat-people magrebini e africani sono infatti la punta più visibile dell’iceberg, quelli su cui si misura la reazione al fenomeno. Sono, inoltre, quelli che arrivano dal maggiore serbatoio potenziale.
Il ministro Amato, il quale deve aver capito che l’attuale rivolo potrebbe presto diventare un fiume, è stato pronto a convocare, ieri, l’ambasciatore algerino e chiedergli maggiori controlli, ma l’esperienza ci insegna che negoziati di questo tipo tendono a trascinarsi a lungo. Inshallah.