Grande schermo cattivo maestro

Saggi, curiosità, interviste: un libro di Christian Uva ripercorre i rapporti tra terrorismo e cinema Dai primi anni Sessanta a «Buongiorno notte»

Quando il cinema fa male. Un libro racconta le passioni cinefile di brigatisti rossi e guerriglieri neri. Tutti pronti ad abbeverarsi a film pure belli e importanti, talvolta visti in clandestinità per «lenire» la vita del rivoluzionario, in un processo di identificazione totale coi personaggi: dai tratti infantili, ma con esiti devastanti. Valerio Morucci, già tra i fondatori di Potere Operaio e poi brigatista nel gruppo di fuoco che sequestrò Moro, lo racconta tranquillamente: stanco del «pessimismo a palate» che il cinema engagé rovesciava sulla sua generazione tra il 1966 e il fatidico 1968, incluso I pugni in tasca di Bellocchio, si rivolse al western classico per trovare spunti e modelli. Eccolo, dunque, stregato da Ombre rosse, acquistare in Canton Ticino alcuni Winchester a leva poi rivelatisi del tutto inutili nella pratica eversiva. Oppure, nel dare l’assalto ad alcune auto della polizia, eccolo sfoderare un vecchio fucile mitragliatore a tamburo, un Thompson modello 1928, simile a quello usato dai gangster di A qualcuno piace caldo. Non finisce qui. Segnato indelebilmente da I tre giorni del condor, il futuro carceriere di Moro pensò bene di travestirsi da postino per eseguire una rapina, ispirandosi al killer che inseguiva Robert Redford.
Si chiama Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano: è un volume denso di interpretazioni, curiosità, saggi e interviste (Rubbettino, 284 pagine, 18 euro) che Christian Uva, non nuovo a scorribande del genere, dedica ora ai rapporti tra estremismo politico degenerato e immaginario cinematografico. Naturalmente, l’autore prende l’argomento alla lontana, individuando ascendenze più o meno nobili, retrodatando addirittura al 1963, con Il terrorista interpretato da Gian Maria Volonté, l'apparizione in ambito strettamente cinematografico di quel termine, «come sostantivo riferito ad una specifica condizione umana e politica».
La teoria di Uva è la seguente. Solo a partire dagli anni Ottanta, le «grandi firme», vincendo un evidente imbarazzo ideologico frutto del retroterra culturale e politico nel quale esse stesse s’erano formate, producono i primi film d’autore sui temi del terrorismo. Un vuoto colmato, nel decennio precedente, dal cinema di genere, cioè dal western all’italiana prima e dal «poliziottesco» poi. Vero? Falso? In effetti da Tepepa a Vamos a matar, compañeros fino al più epico Giù la testa, certe idee terzomondiste e sessantottine trovarono in quei western rivoluzionari di ambientazione messicana un’ideale collocazione storica, ma con uno sguardo al presente che non sfuggì ai commentatori più acuti. Così come, negli anni a seguire, fu il poliziesco all’italiana, in un intreccio non sempre balzano di trame eversive, servizi segreti deviati, derive estremistiche, a fornire elementi di cronaca per uno spettacolo popolare a forti tinte, spesso maltrattato dalla critica, ma che pure sfornò titoli interessanti come La polizia ringrazia di Steno.
«Consumo impegnato», secondo Uva, è invece il cinema d’autore che dal 1976 in poi ricomincia ad occuparsi «dello stato delle cose», evocando foschi scenari, tra lotta armata, complotti di Stato, crisi delle istituzioni. Todo Modo di Petri, Cadaveri eccellenti di Rosi, Ogro di Pontecorvo, Io ho paura di Damiani, certo, ma rivalutando magari il dimenticato Italia: ultimo atto? di Massimo Pirri, non fosse altro perché - nota Uva - «un anno prima che le Br arrivino a colpire con Moro il “cuore dello Stato”, il film racconta la vicenda di tre estremisti di sinistra che preparano e realizzano il piano di uccidere il ministro degli Interni, innescando una reazione a catena che porterà ad una vera e propria guerra civile». Non a caso, Pirri battezza Mara (come la Cagol) una terrorista e attribuisce a Lou Castel, il ribelle dei Pugni in tasca, il ruolo dell’ideologo del gruppo, quasi preannunciando la spaccatura interna alle Br tra ala moderata e ala irriducibile.
Solo con gli anni Ottanta cineasti più fantasiosi, come il Bertolucci di La tragedia di un uomo ridicolo, il Giordana di Maledetti vi amerò, l’Amelio di Colpire al cuore, si confrontano con i guasti provocati dalla sbornia ideologica, cercando una sorta di giusta distanza per indagare in chiave intimista sul ruolo dei «cattivi maestri», sui paradossi tragici della lotta armata, sugli effetti privati degli anni di piombo. Una scelta, anche estetica, che vent’anni dopo porterà Bellocchio a firmare uno dei suoi film più belli e intensi, quel Buongiorno, notte molto detestato per le sue incursioni oniriche (Moro alla fine s’alza e se ne va libero) da tanti ex terroristi.
Prendete Francesco Piccioni, brigatista in libertà vigilata dopo sedici anni di carcere: intervistato da Uva, rimprovera al film di «arrampicarsi sugli specchi della psicoanalisi fagioliana per trovare la quadratura di un cerchio che non si quadra».
Lui bada al sodo, confessa di essersi formato con La battaglia di Algeri di Pontecorvo, soprattutto con L’amerikano di Costa-Gavras, «la rappresentazione cinematografica più vera che sia mai stata fatta della guerriglia urbana». Da destra gli risponde indirettamente Giusva Fioravanti, fondatore dei Nar, condannato insieme a Francesca Mambro per la strage di Bologna. «Il cinema fu la mia palestra di autodifesa... imparai subito a conoscere i buoni e i cattivi», scandisce. Al culto di Il mucchio selvaggio, western trasversalmente amato da «compagni» e «camerati», l’ex attore di La famiglia Benvenuti oppone Apocalypse Now, per lui «il più grande film sul terrorismo e la guerra, perché è il desiderio di pace raccontato da un bravo soldato che credeva di combattere per la cosa giusta, ha conosciuto l’orrore, ha esaurito le forze e alla fine si è lasciato morire». Difficile che il film sulla coppia Mambro-Fioravanti, al quale stava lavorando Francesco Patierno, si faccia: troppe controindicazioni. Però, mentre fatica a uscire nelle sale Guido Rossa che sfidò le Brigate rosse di Giuseppe Ferrara, bisogna almeno riconoscere a Fioravanti l’onestà di queste parole: «Ad un certo punto della mia vita criminale e da detenuto mi sono reso conto di essermi battuto e di aver ucciso per un proletariato che non voleva il mio aiuto».