Una grande storia per un «Piccolo teatro»

Con l’Arlecchino di Strehler raccoglieva i primi successi

Pamela Dell’Orto

«In principio fu Arlecchino». Era l'ottobre 1948, il Piccolo - primo teatro stabile italiano - aveva solo un anno e mezzo di vita, ma l'Arlecchino con la regia di Giorgio Strehler (nella prima versione non ancora goldoniana) già conquistava il pubblico sofisticato di Londra e Parigi. Sotto la maschera, Marcello Moretti - primo storico interprete che ha preceduto Ferruccio Soleri. Dopo quei primi, indimenticabili successi, l'Arlecchino di applausi ne ha ricevuti a migliaia, senza bisogno di sottotitoli o di traduzioni perché la sua gestualità è universale: dagli Usa, ai Paesi del Mediterraneo, alla Cina (proprio oggi Soleri, dopo più di duemila interpretazioni, debutta al Teatro Tian Qiao di Pechino per poi partire alla volta di Istanbul).
Oggi, 58 anni, undici edizioni («All'inizio era tutto sole e mare - racconta lo scenografo Ezio Frigerio - poi è diventato più triste, cechoviano»), quaranta nazioni, cinque continenti, centinaia di interpreti (ma solo i due storici protagonisti) dopo, «Arlecchino è stato e resta il simbolo del Piccolo e un manifesto della cultura», come spiega il direttore Sergio Escobar. L'emblema di un teatro nato dall'entusiasmo e dall'utopia di Paolo Grassi e Giorgio Strehler nel dopoguerra (la sera del 14 maggio 1947 il primo spettacolo, «L'albergo dei poveri» di Gorkji che rubò il pubblico a Wanda Osiris e a Eduardo de Filippo) in uno scalcinato cinema del dopolavoro di via Rovello, ancora sporco delle macchie di sangue delle stragi dei partigiani. «Allora tutti eravamo convinti che il teatro avrebbe migliorato l'umanità - dice Frigerio - e nessuno inseguiva il successo».
Un sogno realizzato in una Milano in piena rinascita che, come racconta l'allora sindaco Antonio Greppi (nel libro «Rinasceva Milano»), assomigliava a «un cantiere, a una perenne officina in crogiolo dove gli elementi più diversi si fondono dando vita a risultati spesso imprevisti e sorprendenti», quando ancora economia e cultura erano profondamente legate. Il teatro che ha esportato nel mondo la cultura italiana e che in quasi 60 anni ha portato 68 spettacoli (dai Giganti della Montagna di Pirandello all'ultima regia strehleriana, il Così fan tutte di Mozart) in 47 nazioni diverse: quattromila recite seguite da tre milioni di spettatori in 550 città. Ma che ha anche attirato a Milano le migliori compagnie del mondo.
È proprio questa la forza del Piccolo Teatro che dopo la rivoluzione strehleriana (che ha fatto rivivere i più grandi autori, da Shakespeare a Marivaux a Corbeille a Pirandello a Cechov a Brecht) e dopo la crisi del 1966 (quando Grassi pensava di chiudere) già nel 1968 si apriva al teatro internazionale grazie a una delle intuizioni di Paolo Grassi. Importando a Milano i più importanti registi, attori, coreografi e ballerini del mondo: poco dopo il Maggio di Parigi, nasceva infatti in via Rovello «Milano Aperta». E anni dopo, nel 1983, si espandeva anche in Francia, fondando con Jack Lang il Theatre de l'Europe.
Alla vigilia del suo sessantesimo compleanno, un libro ricorda la storia del teatro che ha esportato la cultura italiana nel mondo. «Il Piccolo è il mondo. L'attività internazionale del Piccolo Teatro» (Edizioni Fiera Milano, 178 pagine, informazioni all'indirizzo e-mail: info@piccoloteatro.org) a cura di Mario Pasi, ripercorre sei decenni di attività all'estero attraverso le testimonianze di diversi personaggi, da Ferruccio De Bortoli a Nanni Del becchi. Una testimonianza sul teatro di ieri e di oggi, che si apre sul domani perché, per dirla con Escobar «il nostro anniversario, nel 2006 sia il trampolino, un ponte gettato su altri 60 anni, perché la memoria rappresenti uno specchio per riflettere sul futuro».