Grande talento, donna fragile fu travolta dalla depressione

Egiziana di nascita, calabrese d’origine, parigina d’adozione. E un repertorio che dalla canzone napoletana spaziava fino a Edith Piaf, da Tenco, cui la legò un breve amore, a Dallara, dal sirtaki a Sonny & Cher. C’è nel curriculum di Dalida, come nel suo status anagrafico, una molteplicità che definisce, oltre all’artista, la donna: ne attesta lo straordinario talento e insieme ne definisce le contraddizioni, le inquietudini e in definitiva la fragilità.
Su Dalida gravò un destino doppiamente ingrato: una vita tormentata da assilli caratteriali, e l’essere ricordata più per vicende private - il suicidio di tre suoi partner, tra essi Tenco, e di lei stessa - che per una grandezza d’artista che andò ben oltre le miserevoli ragioni del gossip. Oggi è giusto renderle giustizia come interprete passionale e raffinata, di gran temperamento drammatico sia sul versante più futile, sia su quello più nobile. Nata al Cairo nel ’32, segretaria d’azienda e poi attrice, il trasferimento a Parigi ne segnò il destino di cantante. Bambino, rilettura in francese della napoletana Guaglione, fu il suo primo successo, Bang bang, Milord, Come prima e ancora Gli zingari, I ragazzi del Pireo, La danza di Zorba e Parole parole, a due voci con Alain Delon, ne rafforzarono la popolarità. Cui contribuì la bellezza atipica del viso squadrato, dalle mascelle volitive e dai grandi occhi neri.
Il primo trionfo, all’alba degli anni 60, fu all’Olympia, poi una vittoria a Canzonissima, nel ’68, non evitò l’appannarsi della sua fama, dopo quattrocento canzoni incise e ottanta milioni di dischi venduti. Uno show al Palais des Sports di Parigi, nell’80, parve risolvere la crisi, ma la depressione prevalse, e nell’87 un’overdose di barbiturici le troncò l’esistenza. Prima, Dalida teorizzava che «la vita è un dono, vale la pena di viverla», ora, congedandosi, lasciò scritto che «la vita è insopportabile».
Oggi la si ricorda soprattutto come fidanzata provvisoria di Tenco, con il quale, a Sanremo ’67, interpretò Ciao amore ciao, per poi essere la prima persona a scoprirne il cadavere attirandosi così illazioni malevole. E come moglie di Lucien Morisse, anch’egli suicida, e compagna di Richard Chamfray, che tentò d’impiccarsi e fu salvato proprio da lei.