La grande trappola organizzata dagli 007 giordani

La rocambolesca cattura di un uomo di Zarqawi consentì di disegnare la mappa dei rifugi segreti

Gian Micalessin

L’ultima battaglia inizia nel deserto con una sconfitta e un’esecuzione. A settembre i servizi segreti giordani hanno appena perduto Khaled Siko, uno dei loro uomini migliori, un palestinese specialista nelle infiltrazioni in Irak. Khaled doveva individuare Ziyad Halaf Karbouli, un ex doganiere iracheno passato con Abu Mussab Zarqawi e diventato lo specialista degli assalti ai convogli sulla rotta tra la Giordania e Bagdad. Karbouli ha trovato lui e Zarqawi ha ordinato d’eliminarlo immediatamente. Amman decide di farla finita, prepara una trappola per vendicare il suo 007. A organizzarla ci sono gli uomini della 71ª brigata, l’unità d’élite guidata un tempo da re Abdullah. I segugi della 71ª s’infiltrano nelle zone di Al Qaim, Ruthba, Falluja e Ramadi, ma il bersaglio continua a dimostrarsi sfuggente, inafferrabile. Quando gli arrivano vicino si rendono conto di esser loro stessi in trappola. Potrebbero ucciderlo, ma gli uomini di Karbouli controllano ogni palmo di deserto da Ramadi al confine giordano e li annienterebbero sulla via del ritorno. Amman richiama tutti. L’operazione è fallita, ma vi sono le condizioni per mettere a punto una trappola. I due elementi su cui far leva sono l’ambizione del tagliagole Karbouli e il sogno di Zarqawi di creare una cellula terrorista in quel regno hashemita che l’ha incarcerato e costretto all’esilio.
Il lavoro degli infiltrati in contatto con Karbouli inizia ad aprile. A poco a poco gli agenti lo convincono di poter diventare il responsabile della nuova cellula di Al Qaida e gli offrono ingenti somme di denaro provenienti, raccontano, da ricchi giordani decisi a finanziare le sue attività. Karbouli sa di non poterlo fare. Zarqawi è nato in Giordania, conosce l’abilità dei servizi segreti di Amman e gli ha sempre raccomandato attenzione. Karbouli un po’ sogna di diventare il numero due di Zarqawi, un po’ è attratto da quel fiume di dollari e, alla fine, si lascia tentare. A metà maggio attraversa il confine e cade in mano agli agenti giordani. Gli operosi carnefici incaricati di farlo parlare lavorano senza sosta e senza pietà. In pochi giorni Karbouli sputa anche l’ultimo dei segreti. I giordani si ritrovano tra le mani un tesoro insperato. L’ambizioso ladrone non solo conosce personalmente tutti i luogotenenti di Zarqawi, ma è anche in grado d’indicarne alcuni nascondigli. Dopo aver dato un volto ad Abu Obeida, l’iracheno responsabile delle operazioni militari e ad altri luogotenenti cruciali come il palestinese Yunas Ramlawi e il saudita Abu Hamza, Karbouli spiega anche come contattarli e trovarli attraverso i loro comandanti locali. In quella prima mappa fondamentale per la caccia finale c’è anche il covo spianato dalle bombe americane nella notte tra giovedì e venerdì. I giordani non lo sanno, ma passano tutte le informazioni raccolte a Washington. Per gli americani è una manna dal cielo. Il 28 maggio i sicari di Zarqawi hanno eliminato il potente emiro Osama Sheik al-Jadan, loro referente nel Triangolo sunnita e loro brancolano nel buio. Ma mettendo le mani sui nomi caldeggiati da Amman hanno una sorpresa. A differenza di un tempo, molti dei catturati parlano senza troppi problemi. Come se fosse caduto il vincolo di fedeltà al grande capo. Forse una faida interna ha alla fine spianato il percorso finale della grande caccia, ma senza la mappa tracciata ad Amman la marcia d’avvicinamento a Zarqawi non sarebbe forse mai iniziata.