Dopo la grande vittoria col Parma finalmente vedo un futuro roseo

Non mi sta bene che vinca in casa e perda fuori, perché l'imperativo categorico del Genoa, condannato per 12 interminabili campionati al supplizio di rincorrere il palcoscenico che gli compete, è quello di ritrovarsi la sera del 10 giugno 2007 al primo o al secondo posto della classifica generale, vale a dire direttamente in serie A. Traguardo che con Juve, Napoli e Brescia tra i piedi è prudenzialmente pronosticabile a una ventina di punti più su di quota 63. Nessuno s'illuda infatti che la Juve faccia meno di 100 punti, che detratti i 10 di penalizzazione (qualcuno crede davvero che non gliene tolgano almeno 7 dei 17?) diventeranno 90, sicché il primo posto non glielo toglierà neanche il Padreterno. Del Napoli e di tutto l'armamentario che comporta non mi fido neanche un po'. E pure del Brescia è meglio non fidarsi perché se Somma è un duro, Corioni lo è anche di più. Per non perdere fuori e anzi vincervi ogni tanto a compensazione di qualche inevitabile intoppo a Marassi bisogna smetterla di subire gol come quelli di Lecce e dintorni. Otto gol segnati in 5 partite vanno bene, ad onta delle non poche occasioni mancate per imperizia o per caso. Ma i 7 subiti sono un'esagerazione. La squadra di Gasperini gioca un ottimo calcio dalla cintola in su, calcio da centroclassifica abbondante in serie A, che le garantisce in prospettiva anche maggiore prolificità dal giorno in cui avrà il tipo adatto (Figueroa) a fare centro in area di rigore. Ma dietro si subiscono gol che se si imputassero esclusivamente al valzer dei portieri si sarebbe fuori strada. Ho visto prendere gol di testa in superiorità numerica (Mia! Tua!) da fuori dell'area piccola che del portiere fanno non già un colpevole bensì una vittima. E allora? O il meccanismo tattico talvolta s'inceppa e bisognerà oliarlo, oppure occorrerà provvedere con qualche centimetro in più oltre a quelli di De Rosa, l'unico che - quando non c'è Stellini - là dietro «ci dia» veramente di testa.
Salto il fosso e vado da chi ha finalmente vinto una partita di campionato dopo 17 una più scalognata e/o sciagurata dell'altra. L'ho scritto, e contro il Parma è puntualmente arrivata la dimostrazione sul campo: il «modo» dei 3 pareggi registrati con Inter, Udinese e Ascoli aveva inequivocabilmente dimostrato che Novellino, a differenza della fase finale del campionato scorso, nuovamente gode della leale collaborazione dello spogliatoio blucerchiato, è più in sella che mai. Una società seria - rappresentata da un presidente ferramente serio come Garrone - non cede all'andazzo generale tignosamente radicato: se ha ragione di credere nel tecnico prescelto tira dritto accada quel che accada, resistendo alla pressione di critica e piazza, rifiutando di omologarsi in questo calcio puerile, pretenzioso, malandrino, dissennato. E poiché rischia sulla propria pelle merita una stretta di mano. Ora non è che la piacevole e convincente prestazione anti Parma abbia risolto d'incanto tutti i problemi. Il redivivo Terlizzi ci ha abbondantemente mostrato l'imperioso colpo di testa di cui la difesa aveva tanto bisogno, ma lo vedremo apprezzabilmente rapido nel breve e nel lungo e ci lascerà tranquilli solo se la schiena gli permetterà di lavorare in pace. Falcone è in netta ripresa, ma tornerà ad essere uno dei fondamentali punti di forza della squadra solo se riuscirà a cancellare definitivamente il ricordo di un anno sportivamente infernale. La pausa azzurra è la benvenuta per lui, Terlizzi e Bonazzoli che potranno migliorare la condizione, per la mascella convalescente di Parola, per Bazzani che morde il freno, per Novellino che avrà «tout court» modo di lavorare a fondo. Intanto, forzatamente perso Flachi per un bel po', abbiamo verificato «de visu» che Quagliarella e Franceschini, al pari di Maggio (e io ci aggiungo Bonanni, in attesa di Olivera) sono giocatori da alta classifica di serie A. Questo per dire che Marotta, in estate, qualcosa ha pure azzeccato.