Grandi autori per grandi attori

Al Quirino la Guerritore è «Giovanna d’Arco» mentre all’Eliseo Orsini è il «Padre» di Strindberg E all’India le suore di Bernanos

Laura Novelli

Una bella ondata di prime teatrali investirà la scena capitolina nei prossimi giorni. Vedremo spettacoli nuovi - in alcuni casi già applauditi in altre piazze della penisola - e non mancheranno i graditi ritorni. Come quello, ad esempio, di Carlo Cecchi e della sua limpida lettura dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, di nuovo al Valle (da stasera al 5 febbraio) dopo il successo raccolto la scorsa stagione e di nuovo in quella sala in cui l’opera del grande autore siciliano debuttò nel lontano 1921, suscitando una fragorosa scia di polemiche e di giudizi contrastanti. Nell’attualizzare il testo e - soprattutto - nel restituirlo alla concretezza di una fisicità scenica che si fa corpo, lingua e ritmo attualissimi, Cecchi (anche in scena nel ruolo del regista, affiancato da un ottimo cast che comprende, tra gli altri, Paolo Graziosi, Sabina Vannucchi e la sensuale Antonia Truppo) arriva al cuore della problematica pirandelliana legata al binomio realtà-finzione e la piega alle incertezze e allo spaesamento dell’uomo contemporaneo, realizzando un lavoro asciutto, innovativo, originale che ha già raccolto più di 130mila spettatori e che è stato «esportato» anche in Germania, ospite del Berliner Ensemble con altre produzioni rappresentative del nostro teatro.
Riannoda il filo col passato pure l’attesa messinscena de L’amante inglese di Marguerite Duras che Giancarlo Sepe presenta al Piccolo Eliseo da domani (repliche fino al 19 febbraio). Si tratta infatti della ripresa di un celebre lavoro del 1999 (replicato per oltre tre mesi con grande successo) che segna un ritorno in grande stile comprensivo, per così dire, di diversi «ritorni». Innanzitutto perché questa nuova produzione dell’affascinante noir a sfondo psicologico architettato dalla Duras - la trama, ispirata a un caso di cronaca nera, ruota intorno all’assassinio di una giovane sordomuta consumatosi per mano di un’insospettabile signora borghese - vede in scena, nel ruolo che allora fu di Aroldo Tieri, lo stesso Sepe, «sorprendentemente» attore a distanza di circa trent’anni dalla sua ultima esperienza in tal senso. Accanto a lui troviamo Pino Tuffillaro e la sempre brava Giuliana Lojodice, raffinata interprete, ieri come oggi, dell’ambigua protagonista-omicida Claire Lannes. Attrice eclettica, sostenuta da uno stile asciutto e moderno, la Lojodice torna qui a recitare per un regista con cui in passato aveva stretto un prolifico sodalizio artistico, e anche questo riavvicinamento (cui si aggiunge anche quello di Sepe all’Eliseo, teatro che produce il lavoro) suona come garanzia di qualità.
È un titolo del tutto inedito invece lo spettacolo che Monica Guerritore (autrice, regista e interprete) ha voluto dedicare a Giovanna D’Arco, mettendo insieme fonti e testi diversi e proseguendo quel viaggio dentro l’immaginario femminile e la femminilità della grande letteratura che l’ha portata, nelle ultime stagioni, a misurarsi con figure estreme quali Madame Bovary, Carmen, la Signora delle Camelie. In questo singolare lavoro (atteso per stasera al Quirino), la Guerritore rivive «il mistero luminoso e tragico» dell’eroina francese accostandosi «al cuore della vocazione di Giovanna, alla sua chiamata dell’Anima che si fa azione attraverso lo spirito». Il tutto grazie alla forza di parole liriche e appassionate che (condivise con quattro interpreti maschili) si confondono ora con la musica (da Orff a Tom Waits), ora con immagini proiettate.
Ed è senza dubbio uno degli allestimenti classici più interessanti della stagione Il padre di Strindberg che, per la regia di Massimo Castri e con Umberto Orsini e Manuela Mandracchia protagonisti, approda all’Eliseo sempre stasera. Il regista toscano continua qui a scandagliare la crisi dell’uomo contemporaneo rovistando nel fertile repertorio della drammaturgia nordica (ha dedicato molti celebri allestimenti a Ibsen) per tirarne fuori situazioni patologiche e compromesse come quella che coinvolge appunto l’irreprensibile capitano Adolf e sua moglie Laura: coppia borghese allo sfascio dove la potenza accentratrice di lei, passando per un atto di disonesta negazione della paternità, conduce l’uomo alla follia e alla morte.
Merita infine una particolare attenzione la messinscena - molto curata sotto il profilo visivo e iconografico - che il regista e pittore Gian Marco Montesano propone al teatro India (repliche solo da domani a domenica) dell’opera di Georges Bernanos Dei dialoghi delle carmelitane, che rievoca la morte sul patibolo di sedici suore di uno stesso convento (poi beatificate da papa Pio X) nella Francia rivoluzionaria del 1794.