LE GRANDI BANCHE IN DIFESA DEI PROPRI CAPITALI

Le nostre banche sono le più solide d’Europa, forse del mondo. Lo ripetono banchieri e politici dall’inizio di questa crisi finanziaria, ed è sicuramente vero. Ma, certo, fa un po’ impressione vedere scritti nero su bianco sul Sole-24 ore, e non smentiti, i debiti di Romain Zaleski verso i grandi gruppi bancari del Paese. Unicredit ha prestato al finanziere franco-polacco, molto vicino a Giovanni Bazoli, e che vive da anni a Brescia, 1,8 miliardi; Intesa Sanpaolo è a quota 1,7. Poi ci sono Mps (330 milioni), Ubi Banca (200) e Bpm con 170 milioni.
Zaleski è sì titolare di un’azienda industriale, la Carlo Tassara, impresa siderurgica che però, nei fatti, è ben più nota per la sua attività di finanziaria di partecipazione, avendo accumulato nel suo portafoglio quote rilevanti di numerosi gruppi nazionali. A cominciare dalle banche, con il 5,9% di Intesa (che vale 2 miliardi), il 2,2% di Mediobanca, il 2,5% di Mps, il 2,2% di Ubi, il 20% di Mittel o il 2,3% di Generali. Ed ecco il punto: prestare enormi cifre a uno come Zaleski, che di mestiere fa - se non il trader - di certo il finanziere nei giochi del grande potere, appare un’operazione quantomeno bizzarra da parte delle solide banche italiane. Anche perché i crediti erogati corrispondono in gran parte alle cifre investite nelle stesse banche, a fronte delle stesse azioni date in garanzia dei crediti. Con il rischio, sottolineato dal Giornale già dal gennaio scorso, che in caso di discesa dei mercati azionari vengano meno le garanzie. Come è puntualmente avvenuto. In altri termini Zaleski è alle prese con un indebitamento garantito dagli stessi titoli nei quali ha investito, dati in pegno alle stesse e ad altre banche, anche straniere.
Ecco perché, in questi giorni, è stato organizzato un cordone sanitario per tutelare la posizione della Tassara: le principali banche creditrici hanno garantito a Zaleski un rifinanziamento di 1,6 miliardi per subentrare ai pegni di Royal Bank of Scotland e Bnp Paribas. Un intervento definito di «sistema» per salvare Zaleski e, in ultima analisi, anche i crediti delle banche stesse, legate a doppio filo alle sorti del finanziere, grande azionista di Intesa. Un «sistema» che funziona, però, a corrente alternata: quando Hopa, qualche mese fa, si trovò in situazione analoga, esposta con Rbs a fronte di un pegno su titoli Telecom Italia, le banche non mossero un dito. E Hopa finì sull’orlo del fallimento. Salvata in extremis dalla Mittel. Di Zaleski.