Le grandi banche alla finestra Ma dai gestori piovono critiche

Mazzotta (Bpm): «Giusta l’armonizzazione, ma intervenire sui titoli di Stato non è conveniente»

Marcello Zacché

da Milano

Sostiene Roberto Mazzotta che «avendo buon senso, non è consigliabile partecipare a discussioni in materia fiscale durante una campagna elettorale. Dal giorno dopo l'argomento può diventare interessante». Così, con navigata ironia, il presidente della Banca Popolare di Milano non si è sottratto alla domanda del Giornale sull’armonizzazione fiscale proposta da Romano Prodi. La sua associazione, l’Abi, non ha preso una posizione ufficiale, pur esistendo un documento tecnico interno che esprime «dissenso». Per questo il Giornale ha chiesto ai principali banchieri di esprimersi, ritenendo che si tratti di una sorta di dovere. Anche perché molti di loro (Profumo di Unicredito, Passera di Intesa, Salza del Sanpaolo) hanno già fatto «outing politico», andando a votare alle primarie della sinistra. Mentre qui si tratta di dare un parere tecnico.
Il risultato? Dalle grandi banche solo «no comment». Che, più o meno giustificati, sono arrivati da Intesa, Unicredito, Capitalia, Sanpaolo, Bnl. Con loro Banca Lombarda e le popolari di Novara, Bpi e Bpu. Mazzotta (che forse non a caso delle popolari è il candidato alla presidenza Abi) si è espresso anche nel merito. Con equilibrio: «È un principio molto rispettabile quello che suggerisce la parità di prelievo a carico di tutti i redditi da capitale. L'indifferenza fiscale sarebbe a beneficio di una razionale allocazione del risparmio». Tuttavia «tassare i titoli del debito pubblico rappresenta una partita di giro, non conveniente, che fa crescere l'onere del servizio del debito».
Non si è sottratto il presidente di Mps, Pierluigi Fabrizi, di non celate simpatie uliviste: «L'armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie come principio mi trova d'accordo. La questione, peraltro, è molto tecnica ed è impossibile dare risposte puntuali senza conoscere i dettagli delle proposte». A cui ha risposto Doris, patron di Mediolanum, di altrettante manifeste simpatie berlusconiane. «Dal punto di vista del risparmiatore la riduzione delle aliquote sugli interessi maturati dal conto corrente è pressoché inesistente, visto il livello basso di remunerazione. Solo grandi aziende, che necessitano di somme elevate, potrebbero trarre vantaggio, e su queste sono state fatte le previsioni». Mentre l'innalzamento delle aliquote su interessi e capital gain andrebbe tutto a carico dei risparmiatori che in futuro avranno una riduzione dei rendimenti».
Guido Leoni (ad della Popolare dell’Emilia), mette l’accento su un punto importante: «L'innalzamento delle aliquote auspico che non riguardi le quote dei fondi d'investimento, la maggior parte dei quali già si ritrova creditrice dell'Erario per somme ingenti». E che il mondo del risparmio sia in apprensione lo dice anche Pietro Giuliani di Azimut: «L'aumento dell'aliquota sui rendimenti degli strumenti di investimento può scoraggiare l'attitudine al risparmio che è ancora molto alta tra le famiglie italiane».
Sandro Capotosti, presidente di Banca Profilo, è infine il più duro: «Credo che il problema della tassazione sulle rendite finanziarie sia stato posto in modo demagogico e populista. Modificare il cuneo fiscale per recuperare su Bot e Cct è solo un intervento parziale molto lontano da una riforma complessiva della fiscalità». Più chiaro di così.