Grandi canzoni e sberleffi Così Bigazzi raccontò l’Italia

Venticinque anni fa scrisse Si può dare di più con cui il trio Morandi-Tozzi-Ruggeri vinse Sanremo e ora, alla vigilia del Festival, Giancarlo Bigazzi se ne va a 72 anni lasciando dietro di sé una lunghissima scia di brani indimenticabili. Al Festival c’era stato l’ultima volta nel 2009, presentando la sua protetta Barbara Gilbo, che cantò anche in coppia con Massimo Ranieri, e il Festival, dice Morandi, gli renderà un «omaggio allegro, lo celebreremo con tutta la vita che c’è nelle sue canzoni». Intanto la Bompiani sta per uscire con Il geniaccio, biografia scritta da Aldo Nove, perché Bigazzi non era un semplice autore e compositore di megasuccessi, ma è stato anche un grande innovatore, produttore e inventore di un nuovo genere alla guida degli Squallor.
Sul finire degli anni Sessanta firma la colonna sonora di anni (ancora) spensierati attraverso titoli quali Luglio, scritta per Riccardo Del Turco, Lisa dagli occhi blu per Mario Tessuto, Eternità per i Camaleonti e Ornella Vanoni e negli anni successivi hit come Erba di casa mia per Massimo Ranieri e Montagne verdi per Marcella Bella. La quale ricorda: «mi chiese di raccontargli la mia storia, voleva sapere tutto di me, così nacque il testo». Nonostante pezzi leggeri come Lisa dagli occhi blu, Bigazzi è stato sempre molto attento al sociale, affidando brani intensi ad artisti come Mia Martini (Gli uomini non cambiano) e creando una factory creativa da cui sono emersi Umberto Tozzi (per cui scrisse Gloria, che scalerà anche le classifiche americane ottenendo una nomination ai Grammy ed entrando nella colonna sonora del film Flashdance), con cui poi ebbe uno scontro legale sui diritti d’autore), Raf (Self Control ha fatto il botto), Marco Masini, Paolo Vallesi, Aleandro Baldi. Mise in parole e musica l’emarginazione e, accusato di ruffianeria, disse: «Se ruffianeria vuol dire toccare le corde profonde dell’anima, chiamatemi ruffiano. Non m’importa se si dice che faccio speculazione con le parole, l’importante per me è far venire la pelle d’oca alla gente». E a chi non s’accappona la pelle ascoltando Gloria, Gente di mare, Cosa resterà degli anni Ottanta, la musica di Cyrano cantata da Guccini, la colonna sonora dell’oscarizzato Mediterraneo di Salvatores?
Fiorentino verace incline alla goliardia, Bigazzi nel 1969 inventa una sorta di Amici miei in musica e, con il paroliere Daniele Pace, l’amico musicista Totò Savio e i discografici Alfredo Cerruti ed Elio Gariboldi fonda gli Squallor, gruppo prototipo del rock demenziale che, con brani come Arrapaho, Uccelli d’Italia, 38 luglio vende milioni di album influenzando band come gli Skiantos, Elio e le Storie Tese e programmi come l’arboriano Indietro tutta. Una sfida ai discografici italiani che - come lui amava dire - «fatturano quanto un merciaio di Prato». Per riassumere lo spirito degli Squallor - fatto di rock, allegro turpiloquio, satira - basta citare il suo racconto del funerale di Pace. «Seguivamo la bara finché Cerruti sentenziò compunto: “E così siamo rimasti in tre, come i Police”. Come facevamo a non ridere?».
Un ricordo inatteso arriva da Laura Pausini, che non riuscì a collaborare con lui. «Dopo il mio secondo Sanremo era convinto che insieme avremmo fatto scintille ma non iniziò nulla per il suo carattere irruento e io ne rimasi delusa perché da sempre le sue canzoni rappresentavano molto del mio vissuto». Così come del vissuto di tutti noi che attraverso i suoi testi siamo passati dall’innocenza di Lisa dagli occhi blu alle storie di solitudine e frustrazione di Soli al bar interpretata da Aleandro Baldi e Marco Guerzoni (che sollevò un polverone a Sanremo ’96). Era l’ultimo dei grandi canzonieri - come lo ha definito Caterina Caselli - e chi ama il pop oggi si sente un po’ più orfano.