Grandi cru nel nome del Sassicaia

«Sassicaia? Oh yes, the best wine of Chianti». Sbagliato. Tanto sbagliato che nel 2003 Nicolò Incisa della Rocchetta, stufo di sentir assegnare al vino italiano più famoso del mondo le collocazioni più strampalate, decise di affiliarsi all'associazione nascente Grandi Cru della Costa Toscana. Questo per dire una volta per tutte che la Tenuta di San Guido, culla del mitologico supertuscan, sta a Bolgheri, davanti al mare, non altrove nell'entroterra. Si badi bene che l'associazione non è un capriccio del marchese perché, con lui, che è il presidente onorario, fanno squadra un'ottantina di produttori impegnati a valorizzare tutto il vitato che lega la costa dalla Lunigiana al Grossetano. Un territorio enologicamente molto eterogeneo, sparpagliato sulle cinque province che guardano il Tirreno (Massa, Lucca, Pisa, Livorno, Grosseto) e da cui escono 6,5 milioni di bottiglie l'anno, moltissime delle quali da zone doc.
Nelle diversità che separano un merlot di Massa Carrara da un cabernet della Maremma, si possono rintracciare identità comuni. E cioè «la vicinanza al mare e una grande quantità di luce, due fattori che regalano lunghe stagioni vegetative e che mitigano gli eccessi climatici», parola di Ginevra Venerosi Pesciolini, presidentessa del gruppo, che per l’avvenenza ha illuminato l'ultima anteprima dei vini della costa toscana. A Villa Bottini di Lucca, con lei che è soprattutto abile donna del vino nella sua Tenuta di Ghizzano sulle Colline Pisane, c'erano tutti i vignaioli con campioni di vino 2006 prelevati dalle botti e anteprime 2004 e 2005, pronte per il mercato. Se in genere si tratta di tre ottime annate, tutte migliori della 2002 (troppo piovosa) e della 2003 (troppo siccitosa), va aggiunto che la palma delle tre potrebbe andare al 2006, millesimo segnato da prolungate insolazioni e belle escursioni termiche che hanno generato maturazioni progressive e uve con aromi pieni.
Annate a parte, è confortante saggiare l'abilità di produttori di zone misconosciute e in crescita, in un territorio segnato dallo strapotere di cabernet sauvignon, merlot o syrah, uve internazionali che qui dettano la sequenza genetica ad alcuni tra i rossi più sontuosi d'Italia. Del Sassicaia abbiamo detto. Ma all'eden compreso tra Bolgheri e Castagneto Carducci dobbiamo altri grandissimi come gli Ornellaia e i Masseto della Tenuta dell'Ornellaia o l'immaginifico Paleo Rosso, cabernet franc in purezza de Le Macchiole. E ancora i minerali Piastraia di Michele Satta e l'Impronte di Giorgio Meletti Cavallari. Un boom, quello di Bolgheri, che in dieci anni ha quadruplicato il vitato complessivo dell'area, passato da 250 a 900 ettari.
Dietro alle indiscusse lepri dei Grandi Cru della Costa Toscana, accelerano con sempre meno affanno i vini per esempio di Montescudaio, doc a nord dell'illustre dirimpettaio segnata dalle rasoiate di «aria condizionata» del fiume Cecina, che favoriscono la produzione di vini di minor struttura, minor grado alcolico ma eleganza superiore. Una delle etichette da appuntarsi è il syrah-cabernet-malvasia nera Rosso delle Miniere della Fattoria Sorbaiano. A sud di Bolgheri, nella doc Val di Cornia, si mettono invece in bottiglia vini più strutturati e di equilibrata acidità, come il bordolese Okenio della Terradonnà di Suvereto. Il sangiovese ha un bel colpo di reni nelle Colline Pisane, specie con l'esemplare in purezza di Cosimo Maria Masini a San Miniato. La provincia lucchese ha ottime potenzialità sullo syrah: uno che lavora benissimo è Moreno Petrini della Tenuta di Valgiano, nome dell'azienda e dell'elegantissimo sangiovese-syrah-merlot, confezionato con tutti i crismi della biodinamica.
Per spezzare la rossocrazia imperante, scegliete pure i sauvignon e chardonnay della vicina Terre del Sillabo di Ponte del Giglio. Su a Massa, tra fazzoletti eroici che sovrastano la Versilia, stupitevi invece con il leggero e profumato Massaretta in purezza di Cima o col merlot di Terenzuola. E chiudete il giro all'estremo opposto della Toscana dove, nel Grossetano, il Montecucco, un tempo serbatoio di Montalcino, è oggi assurto a the next big thing, un territorio promessa da verificare sin d'ora assaggiando i sangiovese di Le Calle e Collemassari.