Grattacieli e bidonville le due facce del gigante

nostro inviato a Mumbay (India)

Gateway of India, la Porta d’ingresso dell’India, è il nome dato negli anni Venti del Novecento a questo arco di trionfo, fra l’aulico e il funereo, con cui l’Impero britannico allora celebrò se stesso. Adesso, nel primo decennio del nuovo secolo, è più un anacronismo che un monumento, come del resto è tutto ciò che resta a Bombay dell’impronta architettonica vittoriana che la segnò, stazioni ferroviarie, chiese, residenze ministeriali, un tempo imponenti e intimidenti nella loro cupezza gotico-veneziana, e ora più simili a giocattoli di pietra sparsi qui e là in una città che intanto cambiava dimensioni, cresceva in altezza e in larghezza, si moltiplicava quanto a popolazione.
Da un decennio Bombay non è più Bombay, ma Mumbay, ridenominazione nazionalistica più che filologica: non esisteva una Mumbay prima che nel 1500 i portoghesi la chiamassero Bona Bahia, una baia adatta all’attracco delle navi... Il battesimo sciovinista è uno dei risultati del successo elettorale dello Shiv Sena, l’Esercito di Shiva, il partito prima localista, poi induista di Bal Thackeray, un settantenne leader che, ironia della storia, guida una forza politica che del culto delle radici e del richiamo al passato, l’Industan, non l’India, ha fatto la sua ragione di vita, portandosi nel cognome l’omaggio paterno all’autore del Falò delle vanità, l’inglese William Thackeray... Prima di entrare in politica Bal faceva il vignettista satirico, e anche questo è in sintonia con la nuova India che da un quindicennio a questa parte si è andata delineando, una nazione dove i partiti storici sopravvivono al governo solo in virtù di alleanze sempre più vaste, sempre più eterogenee, sempre più instabili (in questo arco di tempo, sei elezioni politiche generali e sette primi ministri, un numero maggiore che nei precedenti quarant’anni di indipendenza, governi in carica per una media di 18 mesi), attori, malfattori e giocatori di cricket fanno i deputati, i governatori o i ministri, nella Lok Sabha e nella Rajya Sabha, rispettivamente il Parlamento e il Senato federale, c’è la più alta percentuale di inquisiti per reati che vanno dalla corruzione al ricatto, dal sequestro di persona all’omicidio...
Porta d’ingresso dell’India di un secolo fa, un secolo dopo Bombay-Mumbay mantiene quel ruolo e per certi versi lo rilancia: con i suoi 14 milioni di abitanti, quanti ne fa l’Australia tutta intera, prima città al mondo per popolazione, è il test ideale per verificare il futuro delle megalopoli. Sede del business informatico, dell’economia basata sui servizi, è un punto d’osservazione privilegiato per analizzare la globalizzazione e i problemi che essa comporta. Culla dell’industria cinematografica indiana, la mitica Bollywood da 100 film l’anno, tre milioni e mezzo di spettatori al giorno, 100 milioni di biglietti a settimana, è insieme un veicolo culturale di straordinaria efficacia, una fabbrica di illusioni, un volano di ricchezza economica circondato però dalla più stridente, sconfortante e opprimente miseria: metà della popolazione vive in baracche o per strada, sotto i ponti, lungo le linee ferroviarie, in uno spazio che non supera il sei per cento dell’intera area metropolitana.
Per cercare di capire dove vada l’India e quale futuro le si prepari, è necessario fare un passo indietro e spiegare perché, ancora nel 1997, nemmeno dieci anni fa, dunque, nel festeggiare il mezzo secolo di democrazia e di indipendenza, l’impressione generale di commentatori e osservatori fosse quella di un bilancio all’insegna delle grandi occasioni perdute: il mancato aggancio con l’industria e la modernità, il persistere di una povertà di massa nel corpo stesso di una democrazia di massa, l’espandersi di una idea della politica sempre più come clientela e sempre meno come servizio e, di conseguenza, il moltiplicarsi delle alleanze fra partiti basate sull’interesse e sul potere in sé piuttosto che su un progetto e un radicamento nella società. «L’India è famosa - dice Bimal Jaslan, già governatore della Banca centrale e ora autore di The Future of India - per dissipare le sue fortune, al cricket come in economia».
È un «passo indietro» senza il quale l’euforia ottimistica dei numeri e delle previsioni che a partire dal Duemila ha investito il Paese, in coincidenza con il raggiungimento del miliardo di abitanti, non solo diviene totalmente fuorviante, ma rischia di rivelarsi un boomerang. Questa euforia dice che l’economia cresce di oltre il 6 per cento l’anno, che Silicon Valley è una realtà più indiana che americana, che la linea di povertà è scesa dal 39 al 27 per cento della popolazione, che la classe dei consumatori raggiungerà nel 2010 i 430 milioni mentre la media borghesia urbana è già a quota 300 milioni, che, di qui al 2020, l’India sarà la terza economia al mondo. E tuttavia quanto sopra non è in grado di spiegare come e perché permanga tutto il resto: la nazione che ha il record mondiale di lavoro minorile, di analfabetismo, di malnutrizione, di sfruttamento sul lavoro, di malati di lebbra, di ciechi...
Figli della modernità è il titolo del miglior libro di Salman Rushdie, che riprende il leit-motiv dell’emozionante discorso con cui nel 1947 Nehru annunciò al suo popolo la raggiunta indipendenza. «Molti anni fa facemmo un patto con il destino e ora è giunto il momento di rispettarlo. Allo scoccare della mezzanotte, mentre il mondo dorme, l’India si sveglierà alla vita e alla libertà». Trasmesso per radio, pronunciato in inglese, il battesimo della democrazia indiana fu ascoltato e compreso da una minoranza, quel 10 per cento di élite medioborghese allevata dagli inglesi a propria immagine e somiglianza. L’anno dopo, la morte di Gandhi toglierà Nehru dall’imbarazzo di una via rurale all’insegna della autosufficienza agricola e di una microdemocrazia da villaggio diffusa, che era stata la ragione del fascino del Mahatma e l’elemento che aveva trasformato l’esiguo e angusto irredentismo indiano in una realtà popolare e di massa. Del messaggio gandhiano rimasero i residui passivi di una visione più spirituale che economica, più basati sull’essere che sull’avere ed essi vennero però messi al servizio di una politica da socialismo di Stato, più puritana che rigorosa, più paternalistica che etica, più dogmatica che economica. Per 17 anni Nehru perseguì un’idea dell’India che non corrispondeva alla realtà e lo fece in nome di una classe dirigente che traeva la sua ragion d’essere dal suo non mischiarsi in alcun modo con la moltitudine che era chiamata a governare. Alla immagine della più grande democrazia del mondo si contrapponeva la realtà di una piccola oligarchia gelosa dei propri privilegi, delle proprie prerogative, delle proprie abitudini, del proprio status.
Fra la morte di Nehru nel 1964 e l’assassinio di Indira Gandhi, sua figlia, vent’anni dopo, questa visione dell’India giunse al suo definitivo e completo fallimento: l’economia di Stato non decollò mai, l’industrializzazione del Paese rimase impigliata nei lacci di un sistema protezionistico e burocratico che ne impediva il rafforzamento e la competitività, la classe media non scommise mai sul proprio allargamento, l’investire in termini di educazione e di cultura, più campagne di alfabetizzazione, più scuole, più infrastrutture, che trasformasse in cittadini una moltitudine di diseredati. Il risultato è che oggi l’India investe nell’educazione primaria nove dollari l’anno procapite, laddove la Corea del Sud ne investe 130, la Malesia 128...
Si ruppe, inoltre, quel rapporto fiduciario, di identificazione, che aveva comunque fatto di Nehru un leader indiscusso e carismatico, e della sua politica di «non allineamento» un elemento importante per tutto il Terzo mondo. Ciò che Indira ereditò per legami di sangue si disperse fra accuse di nepotismo e tentazioni dittatoriali, fino a scomparire definitivamente con Rajiv Gandhi, il figlio che ne prenderà il posto per essere, di lì a pochi anni, assassinato anche lui. Svuotato dei suoi simboli, scosso da scissioni, il Partito del Congresso che era stato pressoché ininterrottamente alla guida del Paese, diverrà una forza politica fra le altre, e la partitocrazia il nuovo elemento, instabile, della scena. Infine, il fallimento della classe dirigente provocò da un lato un arroccamento ulteriore della stessa e dall’altro recise qualsiasi trasmissione, di valori, di etica, di rispetto, con la nuova borghesia degli affari e del commercio che lentamente veniva comunque formandosi. Cresciuta nonostante e a dispetto della prima, questa nuova classe finirà per rigettarne gli insegnamenti, la tradizione, lo status. «All’inizio della nostra storia come nazione indipendente - dice Pavank Varma, diplomatico e autore di The Great India Middle Class - c’era la conspevolezza di essere un Paese povero, che i poveri esistevano e che qualcosa doveva essere fatta per loro. Ora non è più così. Il numero dei poveri è cresciuto, ma paradossalmente e tragicamente è diminuita anche l’abilità della classe media a rendersene conto... Sono divenuti parte del paesaggio e siccome rifiutano di scomparire e non li si può eliminare, non gli si presta interesse. A Delhi, che è la capitale, un terzo della popolazione vive in baracche, un quarto non sa cosa siano i servizi igienici».
Il nuovo corso dell’India da un decennio a questa parte va letto tenendo presente che in esso permangono, mascherati e/o sottaciuti, tutti gli elementi di insufficienza quanto a leadership, progetto, visione complessiva della società che ne hanno a più riprese frustrato il decollo. La privatizzazione economica che è alla base del suo attuale successo delinea i contorni di un boom impressionante e tuttavia fragile. Le bidonville di Bombay-Mumbay che corrono a fianco e intorno ai grattacieli disegnano un Paese a due dimensioni, l’India moderna che si porta sulle spalle il fardello dell’India eterna senza sapere però cosa farne, un peso di cui vergognarsi più che un peso di cui farsi carico.
(2.Continua)