È grave il silenzio di Napolitano sul caso Ciancimino

Caro Granzotto, a proposito di «emergenza democratica», che dire del protagonismo politico-istituzionale di Giorgio Napolitano? L’articolo 87 della Costituzione è categorico: il presidente della Repubblica indice le elezioni, autorizza la presentazione dei decreti legge, promulga le leggi, indice i referendum, nomina i funzionari dello Stato, accredita gli ambasciatori, ratifica i trattati internazionali, ha il comando delle Forze armate, dichiara lo stato di guerra, conferisce le onorificenze, presiede il Consiglio superiore della magistratura e può inviare messaggi alle Camere. Stop. Siccome dicono che sia anche il custode dei valori costituzionali - ruolo che però la Carta non gli affida - non dovrebbe essere il primo a rispettarli? Siccome li infrange non si potrebbe ipotizzare un impeachment in base all’articolo 90 per «attentato alla Costituzione»?
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Aggiunga, caro Restivo, che fra le prerogative del Capo dello Stato la nostra Costituzione non comprende il dono della saggezza e dell’equilibrio. Né le due virtù sono richieste dalla Camere riunite, che lo eleggono piuttosto in base a criteri di opportunità politica a loro volta asserviti al principio del compromesso, del do ut des. Che poi fu quello che determinò le scelte dei padri costituenti nel redigere la Costituzione «più bella del mondo». Perché il punto è questo, caro Restivo: non solo Napolitano interviene quotidianamente nel dibattito politico - e non è affar suo - ma la sinistra pretende nientemeno che dalla bocca del capo dello Stato stillino perle di saggezza. Che le sue parole siano espressione di un pensiero - e di un animo - nobile e super partes. Ciò premesso, io non so, caro Restivo, se tecnicamente ci si trovi al cospetto d’una violazione del dettato costituzionale. Posso solo registrare il malumore dell’opinione pubblica e dirmi pienamente d’accordo con quanti ritengono che, per dirla col non dimenticato Amintore Fanfani, il capo dello Stato la sta facendo abbondantemente fuori dal vaso. Quel che è peggio, alla loquacità più propriamente politica fa riscontro il caparbio mutismo di Napolitano nel ruolo di presidente del Consiglio superiore della Magistratura. Da parte sua non una parola, una che sia una, si è udita sul caso Ciancimino. Silenzio. Silenzio sul pentito dalle cui labbra mendaci pendeva la procura di Palermo. Silenzio sulle sue balle stratosferiche che pure alimentavano da diversi anni tutta una serie di procedimenti giudiziari. Silenzio sul fatto che nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale la procura palermitana non abbia ancora spiccato l’ordine di cattura e proceduto al processo per direttissima - come prescritto dall’articolo 233 del testo delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale - a carico di Ciancimino per detenzione di materiale esplosivo. Una iniziativa a dir poco stravagante se solo si pensa al processo per direttissima a carico di Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di un reato la cui gravità scade a bagatella se confrontato alla detenzione di candelotti di dinamite con relative micce e detonatori. Per ora Ciancimino deve solo rispondere del reato di calunnia pluriaggravata ai danni dell’ex capo della polizia Gianni Di Gennaro; ma anche così è mai possibile che Giorgio Napolitano non avverta il dovere civile di esprimere il suo alto giudizio su un pugno di magistrati che fecero di un pataccaro una «icona dell’antimafia» lasciando che nelle stanze della Procura di Palermo, su La Repubblica, dal palco del Festival del giornalismo e nell’arena televisiva di Michele Santoro accusasse le più alte cariche dello Stato d’essere in combutta con la mafia? Se il presidente del Csm non prende la parola ora, quando?
Paolo Granzotto