«Gravidanze a rischio e certificati facili»

(...) «Scusa, a che mese è?» chiedo io mentre la pressione sale oltre il livello di guardia, il colorito mi si fa bluastro, le pulsazioni ricordano i timpani del Zarathustra di 2001 Odissea nello Spazio. «Al primo!».
Allegria! «Per fortuna che è rimasta in contatto con quelli da cui lavorava in nero prima, così può continuare a lavorare lì!».
Mi risveglio al pronto soccorso, rianimato dal dottor House e dall'intera equipe di E.R.. Una storiella? Invece no. È avvenuta questa mattina (tranne il pronto soccorso, per fortuna) nella Superba, la città fondata sul lavoro. Patria del socialismo reale italiano. La città il cui presidente di Regione spende soldi di tutti per fare autocelebrazione su cartelloni, ovviamente rossi, dell'aver assunto a vita eterna 1000 precari. Chissà quanti tra loro andranno in maternità a rischio entro un mese per lavorare altrove in nero.
Ma noi siamo quelli del «ma anche» e siamo CERTI che la cura ai mali dell'Italia sia sigillare la saracinesca al negoziante che non fa lo scontrino o arrestare l'imprenditore perché non obbliga il povero lavoratore, con un sussurro, mi raccomando, per non urtarne la suscettibilità, a mettersi il casco, la mascherina o controllare che sull'armadietto non sia stata abbandonata una boccia da bowling in bilico.
E mai nessuno che indaghi i medici e le Asl che firmano i certificati. Certo: la virtus sta in medio e ce n'è anche per l'asino, oltre che per chi lo mena, ma almeno al medio cerchiamo di stare altrimenti alle imprese, e poi a tutti quanti, di medio rimarrà solo il dito.