Gravina, arrestato il padre "Li ha uccisi e nascosti"

In manette Filippo Pappalardi. La procura: &quot;Francesco e Salvatore massacrati di botte perché avevano disubbidito&quot;. Spavaldo per 16 mesi, <a href="/a.pic1?ID=223653" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">tradito dalle telefonate</font></strong></a>. <a href="/a.pic1?ID=223649" target="_blank"><strong>Leggi i verbali</strong></a>

Gravina - I ragazzini rientrano da scuola e si mettono a tavola. È un lunedì di giugno, il cinque giugno dell’anno scorso. Il padre non c’è: del resto lui, Filippo Pappalardi, non torna mai a pranzo, ma è quasi sempre in giro per lavoro: consegna gasolio per una ditta di trasporti e fa su e giù per la Puglia. I figli, Francesco e Salvatore, 13 e 11 anni, mangiano poi fanno i compiti. Il più grande deve prepararsi per gli esami di terza media. Sono tutti e due in punizione, hanno fatto tardi la sera della festa patronale e stavolta devono rimanere a casa. Ma loro sperano comunque di convincere la matrigna, Maria Ricupero, a farli uscire: vogliono incontrare gli amici, giocare e rincorrersi per le piazze e i vicoli del centro storico di Gravina in Puglia, una cinquantina di chilometri da Bari, 42mila abitanti sparsi tra masserie e grappoli di case arroccate sulle colline della Murgia, un angolo impervio attraversato da un labirinto di grotte e dirupi che sprofondano per decine di metri. La polizia ha ricostruito quelle ore in un dossier di 700 pagine trasmesso in procura nei giorni scorsi: è il rapporto che ieri ha portato all’arresto di Filippo Pappalardi, accusato di aver rapito e ucciso Francesco e Salvatore.

Il mistero comincia quando i fratellini, due ragazzini che tutti da queste parti hanno sempre chiamato «Ciccio e Tore», strappano il permesso e alle 17 escono dall’appartamento di via Casale, nel centro del paese, proprio alle spalle del commissariato. Quella sera, prima di andare a giocare, devono svolgere una commissione: raggiungono la bottega di un calzolaio là vicino, ritirano un paio di scarpe e tornano a casa. Sono le 17,30. Ventitré minuti dopo sono di nuovo per strada, la telecamera di una banca riprende Ciccio: indossa pantaloni bianchi e un giubbotto verde. È l’ultima immagine a disposizione degli investigatori. Alle 18,30 lui e Tore sono nel centro storico, in piazza Notardomenico, nota come «Piazza delle quattro fontane»: con loro ci sono due amici, giocano, si rincorrono, si divertono a riempire e lanciarsi palloncini d’acqua. Una serata, come tante, le voci si mescolano alle risate che rimbalzano tra i vicoli.

Passano i minuti, le ore, si fa tardi. Secondo la ricostruzione della polizia è ormai buio quando Filippo Pappalardi torna a casa dopo una lunga giornata di lavoro: non trova i figli, sono usciti, hanno disobbedito, è furioso, si mette al volante della sua Lancia Dedra e li va a cercare. Alle 21,30 l’uomo – è l’ipotesi della squadra mobile - arriva in piazza delle quattro fontane: Ciccio ha la maglietta bagnata, lui rimprovera il ragazzino che gli ha tolto il palloncino. I figli salgono in macchina, sul sedile posteriore, il padre mette la retromarcia e parte: percorre via Giacomo Matteotti e si dirige verso piazza della Repubblica, in centro. Alle 23,50 è in commissariato per presentare denuncia di scomparsa. Ma per gli investigatori proprio in quelle due ore di buco Filippo Pappalardi avrebbe picchiato e ucciso Ciccio e Tore. Poi – sostiene l’accusa - avrebbe nascosto i corpi, forse rimasti sepolti tra le grotte di Gravina in Puglia.
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